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Il successo del cruciverba sembra non essere venuto meno nemmeno con l’avvento della tecnologia digitale. Diverse applicazioni oggi consentono di cimentarsi con questo gioco alfabetico, che ha una storia molto interessante alle spalle, e che per decenni è stato un punto forte delle edizioni domenicali dei vari giornali. Uno strumento di marketing e di vendita, ma anche un modo per tenere allenata la mente. Oggi una delle applicazioni più scaricate è PixWord, un mini cruciverba fotografico non proprio semplice da risolvere, perché bisogna riconoscere l’immagine, che spesso si presenta con uno o più sinonimi rispetto a ciò che rappresenta. Potremmo parlare perciò di bastardizzazione del cruciverba. Esso infatti si presenta tradizionalmente come una griglia composta di caselle quadrate, numerate, in una serie di parole orizzontali e verticali. A una stessa lettera, che si trovi all’incrocio di due parole, possono corrispondere suoni e parole differenti. Le parole in gioco si scrivono nella griglia rispondente a delle definizioni, che vengono fornite secondo la tecnica del quiz, come domande o allusioni convenzionali. Mentre in altri paesi le definizioni sono spesso indovinelli difficili, in Italia è invalso l’uso di mettere solo domande che facciano appello a un patrimonio di conoscenze nozionistico, medio, nel quale manca totalmente il carattere enigmistico della domanda. Essi sollecitano al contrario una risposta immediata, frutto di ricordi ed esperienze scolastiche, con meccanismi semplici simili al gioco dell’unisci i puntini dedicato ai bambini.

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La frase è il climax di un avvenimento storico fondante per la religione cristiana: “in verità, in verità vi dico che uno di voi mi tradirà”. È il momento in cui Gesù, riunito con i suoi discepoli per la celebrazione della pasqua ebraica, nella tradizionale cena della vigilia, annuncia che probabilmente la sua esperienza di predicatore nel mondo sta per finire. E che – peggio – finirà tumultuosamente con la cattura e la delazione di uno dei compresenti. È l’inizio di un giallo: il colpevole è nella stessa stanza di chi lo accusa. Una situazione così drammatica che Leonardo Da Vinci ha perfettamente colto nel suo Cenacolo, ovvero l’Ultima Cena, dipinta nel Refettorio di Santa Maria delle Grazie, a Milano. Il dipinto coglie in pieno la drammaticità della scena. Gesù è al centro, allarga le braccia sconsolato, rassegnato, le mani aperte si offrono ai presenti. I discepoli sono costernati, impauriti, i più si domandano se non hanno commesso qualche stupido errore, se non si siano traditi con qualcuno. Il nervosismo della scena è tale che alcuni di loro si allontanano, altri si avvicinano, c’è chi si alza dal banco, chi alza le mani quasi a giustificarsi e chi ancora indica qualcosa o qualcuno, chiedendo spiegazioni. In questa scena concitata Gesù è comunque sereno, isolato, su di lui Leonardo fa convergere il fuoco della prospettiva. Intorno a lui si determinano le posizioni degli apostoli, inseriti a gruppi di tre, sempre seguendo delle linee prospettiche intuibili dalla finestra alle loro spalle, un crepuscolo appena accennato.

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35 anni fa moriva Bob Marley, il principe del reggae che conquistò il mondo con i suoi inni e il suo ritmo, facendo irruzione nella musica pop contemporanea, arrivando a influenzare diversi generi. Leggendario ambasciatore del reggae e della Giamaica, Marley è stato l’interprete della fede rastafariana, che in pochi sanno avere origine addirittura in Etiopia (legandosi in qualche modo alla storia d’Italia, quando invademmo quello stato guidato proprio dal capo di quella religione). La biografia di Bob Marley ci dice che prima di svoltare nella musica, trovare il suo percorso e la sua vocazione, ha svolto i lavori più disparati. A diciassette anni tenta la carriera musicale. L’esordio discografico risale al 1962 con il singolo Judge Not, che rivela già un tentativo di stabilire un messaggio forte. Seguiranno numerosi altri 45 giri sempre usciti per piccole case discografiche giamaicane, alla periferie della musica folk. Nonostante il successo tardi ad arrivare Bob Marley ha già in mente cosa vuole fare e intende emulare Jimmy Cliff con la musica reggae, un genere che si ispira alle musiche tradizionali africane o afro-americane, come il calypso e il blues.

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La Notte della Valpurga, fra il 30 aprile e il primo maggio in Germania (Foto: Harzer Tourismusverband)

I tedeschi sono spesso dipinti come un popolo marziale, guerriero, ordinato e disciplinato. Ma in realtà moltissime delle fiabe europee, dei racconti di fantasmi, esseri invisibili e magici arrivano dalla cultura germanica, che permea l’Europa con la sua storia millenaria. Anzi, si può dire che ancora oggi viviamo all’interno dell’egemonia della cultura di derivazione germanica, che ha preso il posto di quella classica greco-romana (decisiva per la fondazione e il consolidamento del pensiero occidentale).

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self coaching

Il self coaching è un approccio che mette insieme strategie, strumenti, percorsi per migliorare le performance dei manager e dell’azienda di cui fanno parte. Un approccio molto diffuso ed apprezzato nel mondo del business, poiché permette ai leader di focalizzare gli obiettivi e conseguirli, sfruttando al meglio le proprie potenzialità. Una strategia di formazione manageriale, che propone un cambiamento radicale con il solo scopo di migliorare le capacità de leader e focalizzare con efficacia i propri obiettivi, migliorando le prestazioni sia lavorative che personali. Questo è possibile solo cambiando il punto di vista con cui si valutano le situazioni di tutti i giorni soprattutto, ovviamente, nel campo aziendale. Il self coaching è un metodo per chi vuole vivere al massimo la propria professione e per chi vuole ottenere il meglio dalle proprie risorse. Per chi non vuole rinunciare

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neorealismo

Nell’Italia uscita dalla guerra il ricorso al neorealismo è reso quasi obbligatorio dalla situazione sociale e dalla povertà di mezzi con i quali si opera. Questa stagione cinematografica oggi è celebrata a dovere: molti dei capolavori del cinema italiano provengono dalla produzione immediatamente successiva al dopoguerra. Se si guarda il cinema fascista e il cinema neorealista, si capisce lo scarto culturale e ideologico: si passa da un cinema di celebrazione a un cinema di analisi, che si rinnova all’interno di un discorso poetico differente in esso, ma molto coerente, tanto nei lavori di Rossellini, quanto in quelli di De Sica o di Castellani. Forse il primo film che esplora queste possibilità espressive è Ossessione di Visconti, del 1942, che anticipa i grandi temi di Rossellini. La poetica neorealista ha ovviamente delle pecche: c’è una produzione che non riesce a stare al livello della più elevata, perché sfrutta troppo le situazioni sociali e umane dell’immediato dopoguerra, spesso cariche di proteste demagogiche. Ma è ovvio che con i maestri si è raggiunto un risultato artistico di spessore assoluto. La poetica del neorealismo, la sua rappresentazione della realtà si nutre dello spaccato della vita quotidiana, con attori – personaggi presi dalla strada, nell’illusione peraltro raggiunta di poter rompere la quinta, l’intermediazione dello schermo, riuscendo a trasferire il reale direttamente negli occhi dello spettatore. Per questo motivo il neorealismo fu salutato in maniera entusiastica in tutto il mondo, imitato, e celebrato come un momento decisivo per il cinema mondiale.

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Riflettiamo un attimo sul perché il gioco è considerato così importante da psicologi e studiosi. Il momento ludico, oltre a costituire una tappa fondamentale nella vita di un bambino poiché contribuisce al benessere cognitivo, emotivo, fisico e sociale, è essenziale per il suo sviluppo neurologico. Giocare aiuta a socializzare con gli altri bimbi e quindi a relazionarsi anche con i propri stati d’animo, permettendogli di esprimersi in completa serenità. Giocando il cervello cresce e si sviluppa in maniera sana, rafforzando le connessioni neuronali che altrimenti sarebbero destinati a scomparire. Per aiutare il vostro bambino, già da piccolissimo, è importante che sia stimolato a giocare liberamente. Giocare è anche un diritto riconosciuto dall’ONU.

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Recentemente rientrato da Napoli, il presidente del consiglio Renzi ha dichiarato di aver stanziato un miliardo da destinare a opere culturali. L’antico adagio che dalla cultura non si mangia dovrebbe essere sempre messo in discussione, secondo noi. L’Italia vanta un patrimonio culturale così esteso, che la cura e il suo sfruttamento dovrebbero assicurare tanto lavoro ai giovani. Piuttosto però ciò che manca, e qui forse ha ragione Renzi, è il racconto che si fa della cultura, cioè il fatto che essa possa diventare remunerativa, contribuendo a spingere molti giovani a studiare materie che la riguardino, a fare qualcosa di più delle semplici attività culturali.

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Con la body art si definisce l’arte del corpo che è iniziata a circolare negli Stati Uniti verso la fine degli anni ’60, che poi è stato assunto anche per designare fenomeni convergenti abbondantemente rintracciabili anche in Europa. Esso accomuna quegli artisti che privilegiano l’uso del corpo come mezzo e linguaggio espressivo. Per capire come mai si sia giunti a questo esito, che implica una svolta realistica, bisogna risalire alle correnti artistiche degli anni ’60 che consistevano nel rifiuto dei mezzi illusori e rappresentativi della pittura. Oltre che rivolgersi al materiale plastico e ai concetti, un tale interesse reale non poteva ignorare il nostro corpo, perché esso era quanto di più reale ci fosse nel mondo.

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Spesso sentiamo in TV, leggiamo su internet o sui giornali il termine Arabi, indistintamente, per molte popolazioni del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale. In realtà in termini propri – originariamente – gli Arabi sono coloro che abitano l’Arabia, ma la loro espansione fuori dalla penisola arabica e la diffusione della loro religione, l’islamismo, arabizzò diverse regioni, disseminando tra i loro confini elementi di cultura araba, come la lingua e la religione. Elementi di assimilazione di questo tipo non erano nuovi nella storia e questo processo andò avanti per tanto tempo, con forme diverse, spesso arricchendosi di contesti culturali locali. Tanto che la civiltà araba diventa complementare al mondo islamico, ma non lo definisce tutto. In sostanza oggi il “Mondo Arabo” non va confuso con l’Islam in generale, perché quest’ultimo è un grandioso fenomeno religioso, che si è espanso ben al di là dei suddetti confini geografici.

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