Alla ricerca del grande romanzo italiano

La ricerca del grande romanzo italiano ha suscitato un acceso dibattito culturale nell’ultimo periodo. A chi dice che esso è definitivamente morto e sepolto con Calvino, hanno provato a rispondere esperti, lettori, critici, appassionati. La narrativa italiana non conosce più i numeri dei tascabili della Mondadori, della Rizzoli o della Bompiani, tipici degli anni Sessanta. Ma soprattutto è cambiata l’editoria. Gli stessi editori, che sono comunque imprenditori, sottolineano sempre che bisogna distinguere editoria da letteratura. Ci sono libri di successo, che appartengono al filone della letteratura di genere o altri che ne sono completamente estranei. E’ per questo motivo che un grande editore come Mondadori può pubblicare tanto il libro del fratello di Fabri Fibra, un romanzo, perché sa che c’è dietro una semplice e vincente strategia editoriale. Non a caso il romanzo ha lo stesso titolo del tour musicale e quindi si presenta come un prodotto semi-culturale, meglio popolare, accessorio. Con ciò non si può decretare la fine del grande romanzo italiano, anche dopo questa sequela di attentati. Calvino è stato probabilmente lo scrittore più moderno che abbiamo avuto fin dagli anni Sessanta. Perfettamente internazionale, in linea con le sperimentazioni del post-modernismo, attuale e innovativo, ha sicuramente lasciato un’impronta indelebile. Era lo scrittore italiano per eccellenza. Oggi non abbiamo una simile figura. Gli scrittori di maggior successo sono di genere (Faletti, Camilleri, Carrisi), ma non deve sorprendere: anche negli altri paesi succede lo stesso, eppure nulla impedisce agli americani di parlare trionfalmente del grande romanzo americano (Libertà di Jonathan Franzen) o di trovare in scrittori estremi come David Foster Wallace e Chuck Palahniuk dei tratti universalistici, condivisibili. Il dibattito è pressoché simile negli altri paesi.

In Italia probabilmente scontiamo l’incapacità cronica di fare i conti con la contemporaneità. Sembra che abbiamo necessità di tempo per trovare le parole e l’umore per sistemare storicamente degli eventi, interiori ancorché esteriori, dandogli quel tocco universalistico, riconoscibile, nel quale tutti ci troviamo. Va anche detto che se un autore prova a descrivere la contemporaneità, per esempio sociale, storica, politica, viene subito bollato o come “paraculo” (mi si passi il termine) o come “di parte”. Probabilmente le spinte editoriali non aiutano. Gli editori quando vedono un genere funzionare battono il ferro finché è caldo. La narrativa cerca esposizione, un modo per farsi riconoscere, e gli editori spingono sul lato del divismo, cercano prima che delle storie interessanti, degli scrittori passabili al grande pubblico, come se fossero degli autori. Oppure cercano figure misteriose, delle quali poco si sa, comunque giocando su questo ambito esterno alla storia, come è il caso della pur valida Elena Ferrante, che rischia di diventare un giallo a tutti gli effetti (http://www.adnkronos.com/cultura/2015/03/02/mistero-elena-ferrante-chi-secondo-voi-misteriosa-scrittrice-sondaggio_uEIfW01zNEKKTCX1MBBpXO.html), piuttosto che un’autrice da tramandare ai posteri.

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