Caratteristiche della serialità televisiva

Prendiamo 3 serie famose, entrate di diritto nella storia della televisione: Lost, Game Of Thrones (ancora in corso) e Breaking Bad. A loro modo, con innovazioni stilistiche e narrative, hanno contribuito non poco a cambiare l’approccio alle serie TV. In particolare le serie si distinguono per la coralità dei personaggi e dei punti di vista, per l’influenza dell’ambiente esterno e della società sulle loro azioni, sulla creazioni di rapporti personali molto forti, che creano complicità e conflitti.

Uno schema narrativo come quello di Lost è sconvolto dalla presenza di flashback e flashforward. Ovvero vediamo i protagonisti agire non solo nel presente, ma anche nel futuro. Questa tecnica narrativa viene utilizzata progressivamente anche da Breaking Bad per stimolare l’attenzione dell’ascoltatore e dare uno sfondo ai personaggi. Ogni azione è pertanto motivata: è vero che la coincidenza spesso interviene a modificare delle linee narrative, ma non è mai un deus ex machina che risolve l’intreccio. Spesso è un altro personaggio che agendo per conto proprio perturba la linea narrativa di un altro, entrandone in qualche modo in collisione e aiutando a liberare il personaggio.

Ma il motivo per cui queste serie TV funzionano e hanno appassionato sia critici, sia telespettatori dipende dalla notevole analisi psicologica svolta sui personaggi. In LOST era fondamentalmente necessario per dare credibilità a una situazione cliché (naufraghi su un’isola deserta) che avrebbe senz’altro condotto ad azioni motivate, ma prevedibili (organizzare un rifugio, cacciare, creare una mini società con capi e seguaci, un capo divergente, mini ribellioni, un tentativo di salvataggio che va a male et cet, incontro con i selvaggi dell’isola tutte scene già viste altrove nei libri o nei film). Per esempio, le motivazioni di John Locke, paralitico che ritrova la capacità di camminare, sono tutt’altro che banali, dipendono da uno sconvolgimento totale della sua vita, come è narrato nel flashback. E questa sua fede nel cambiamento, che ha provato nell’isola, si dimostra essere molto forte, tanto che è una fede nel destino. È facile allora che divampi il conflitto con un essere razionale come il dottore Jack, portando a visioni nettamente superiori. Lost alla fine, infatti, si è perso nell’allegoria, pur rimanendo un prodotto di altissima qualità.

In Breaking Bad le motivazioni iniziali di Walter White sono comprensibili, siamo portati a tifare per il suo sforzo di voler lasciare la famiglia in buone mani. Non sarebbe possibile farlo se gli Stati Uniti non avessero quel sistema sanitario, che impone cure salatissime per la cura di un tumore al polmone. Ma pian piano la personalità di Walter si sdoppia. Alla fine è il suo alter ego Heisenberg a dominare la scena. E verso la fine abbiamo continue alternanze tra una versione e l’altra del suo personaggio, che naturalmente entra in conflitto con gli altri. Qui il pathos è elevatissimo, perché il prezzo da pagare è la distruzione della famiglia.

Il tema padre-figlio era stato ricorrente in Lost e lo ritroviamo esacerbato in Game Of Thrones. La qualità degli attori, delle scene e della sceneggiatura, che si regge su un soggetto di valore letterario, dà vita a uno scontro di poteri. Come in ogni fantasy ci sono molti cliché, ma sono ancora una volta i personaggi, del tutto imprevedibili, non meccanici, così umani nelle loro debolezze e contraddizioni a dar vita a un prodotto credibile, sincero, verso il quale non può non esserci che un maniacale attaccamento.

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