Da Leopardi a Cardarelli nel mito della perfezione e della morale

Il film su Giacomo Leopardi ha avuto un buon successo di pubblico e critica. Leopardi è stato molto rivalutato nel tempo, certamente un suo emulo fu Vincenza Cardarelli, che si ispirava al grande poeta di Recanati nella sua formale classicità e nel richiamo alla morale.

La poesia italiana, nel corso dello scorso secolo, ha vissuto il suo apice con Eugenio Montale alla fine di un lungo percorso che era partito con i classici Umberto Saba e Giuseppe Ungaretti, trovando moduli espressivi con Gozzano e Quasimodo, universalmente riconosciuti. Il poeta e prosatore Vincenzo Cardarelli fu già nel 1919 uno dei fondatori della rivista “Ronda”, la cui poetica gli fu sempre molto cara per tutta la vita letteraria. La sua attività di lettere inizia con delle prose molto preziose, di un raffinato studio antiquario e non privo di spunti critici, come i Prologhi, i Viaggi nel Tempo, le Favole della Genesi e la Terra Genitrice, tutte scritte tra il 1916 e il 1924. Tuttavia, egli veniva sviluppando una sua poetica, che in polemica con gli stili imposti dalla “Voce” e riattaccandosi a quello che per lui era il solo, unico maestro, cioè Giacomo Leopardi, almeno quello delle operette morali, di cui aveva anche curato un numero speciale della Ronda; dicevamo, veniva ad affermare le ragioni di un classicismo formale, sorretto da una lingue nobile e da uno stile costruito con estrema attenzione sulla poeticità della parola, privo di abbandoni sentimentali, libero da ogni accento usuale e realistico, per attingere la perfetta eleganza di una lingua eccelsa e classica.

Cardarelli veniva così a inserirsi nella tradizionale difesa coerente della tradizionale classicità letteraria, non privo di rigorose ragioni nella proclamazione del valore di esempio morale dato dalla disciplina formale del lavoro letterario, ma anche sostanzialmente restauratore, inteso a chiudere il periodo più vivo e sperimentale del primo Novecento italiano, fra Pascoli, D’Annunzio, i Crepuscolari, la Voce, il primo Ungaretti e a far rientrare il discorso letterario nell’ordine, nei ranghi di una regolare tranquillità, pacifica, sicura e formalmente impeccabile. Nonché appunto facendola passare per la porta della tradizione, inevitabilmente portata, anche per ragioni storiche, a divenire provincialità spesso retriva. Da qui l’interpretazione del Leopardi come di un grande moralista e mastro di stile finisce, altresì, col ridurre l’esperienza poetica del grande di Recanati a semplice modello di stile da perpetrare nel nome dell’ordine e del richiamo classico.

All’idea di una prosa appoggiata su questo sentore classico e tradizionale, fra gusto intellettuale della meditazione, della memoria, della moralità e della sentenza sono legate le principali opere di Cardarelli. Parole all’orecchio, Giorni in Piena, Il cielo sulle città, Rimorsi, Solitario in Arcadia e così via. Si tratta di volumi di prosa che passano dall’evocazione paesistica di campagne, soprattutto della sua terra natia, la Maremma, di città e fiumi, di laghi e scogliere, a viaggi nel passato sulla traccia di libri e di storie famosi. La purezza formale della scrittura di Cardarelli giunge insomma a un raro equilibrio, composta com’è nella sua eleganza formale e classica, priva di abbandono sentimentale. Infine in Poesie Nuove e in Invettiva e altre poesie disperse, pubblicato ormai postumo, si fanno presenti un dolore più forte e più aspro, insofferenza verso l’uomo, molto più cinico e violento. Anche in questo opere rimane forte l’impronta leopardiana, inseguita nel tempo e pratica come forma alta di obbedienza, imitazione ed ammirazione.

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