David Bowie (1947-2016)

A un mese dalla morte di David Bowie, analizziamo il suo impatto culturale non solo sulla musica, ma anche nella moda, nelle arti figurative e nel cultura popolare moderna. Pseudonimo di David Robert Jones, nato a Londra nel 1947, Bowie è stato l’incarnazione della cultura pop contemporanea per buona parte della sua carriera. Sarebbe riduttivo infatti definire questo artista come un cantante e compositore di musica pop-rock, sebbene questa sia stata la sua caratteristica più peculiare; once quella che gli ha dato le maggiori soddisfazioni a livello mondiale. In quasi cinquant’anni di carriera egli ha saputo sconfinare in territori differenti da quello musicale, raggiungendo comunque risultati significativi.

Si avvicinò alla musica fin dall’adolescenza. Dai 16 anni entro a far parte di diversi gruppi di R and B enne 1967 uscì il suo primo album, che passò praticamente inosservato: era un miscuglio di pop and soul e alcuni brani da ballo della mattonella. Un po’ disorientato , si concesse un periodo di riflessione, si allontanò momentaneamente dalla musica per studiare teatro e mimica col grande Lindsay Kemp e conoscere il buddismo. Queste furono esperienza importanti per la sua carriera artistica. Si rituffa nella musica con nuove motivazioni e una nuova immagine di sé nell’ambiente rock. Con il brano Space Oddity (1969) giunse il successo, che lo avvicinò anche al decisivo mercato americano. Nel disco Hunky Dory del 1971 celebrò la pop art di Warhol, il folk minimalista di Bob Dylan e compose la bellissima Life On Mars?, forse la sua canzone simbolo. Nel 1972 ci fu un ulteriore salto di qualità con la pubblicazione di Ziggy Stardust, rock aggressivo e testi che trattano di un mondo angosciato, popolato di relitti umani. Ispirandosi anche a Lou Reed, cui era legato da grande stima, si creò la fama di rockstar decadente e androgina, straordinariamente influente sulle nuove generazioni. Seguirono vari lavori, frutto di un maggior contatto con la realtà americana, come Aladdin Sane del 1973. L’omaggio ai brani più amati da lui lo portò a riscoprire le sue radici pop, dando una versione quindi sconvolgente del mondo post-industriale con il capolavoro Diamond Dogs (1974).

Questi furono anche anni di grande pressione dell’industria musicale, che premeva per avere singoli ballabili, radio-hit e concerti remunerativi. I fans erano affamati della figura di Bowie, che perciò fece il suo ingresso nel mondo del cinema con l film The Man Who Fell To Earth. Dopo Young Americans, visto più come una concessione al mercato a stelle e strisce, che gli diede anche il primo posto nella classifica dei singoli, ci fu una svolta importante e decisiva: il trasferimento nell’allora Berlino Est, affascinato dalla decadenza e dal grigiore di quella città. Qui Bowie si isolò artisticamente, ma produsse la cosiddetta trilogia berlinese, con Low, Heroes e Lodger, collaborando con Brian Eno e Robert Fripp, musicisti e compositori in grado di fargli raggiungere vette artistiche di livello assoluto. Negli anni ’80 Bowie non disdegnò la moda della disco-dance con Let’s Dance, ennesimo successo commerciale, con ottimi arrangiamenti e un’interpretazione vocale di classe. Si aprì molto alle sperimentazioni elettroniche negli anno Novanta, rimanendo un’icona incontrastata di stile e gusto musicale, con opere coraggiose spesso di non facile assimilazione, fino all’ultimo lavoro Black Star, pubblicato pochi giorni prima della sua morte: un testamento lugubre e intenso, che ci ricorda il perché egli abbia saputo interpretare con ambivalenza un ruolo particolare nella storia della cultura popolare degli ultimi 40 anni. La parola chiave per Bowie è sempre stata Change, cambiamento, rifuggendo da ogni tentativo di omologazione anche quando era commercialmente rassicurante. Costruendo degli autentici classici che vanno oltre l’ambito ristretto della musica popolare dell’ultimo mezzo secolo.

(Visited 8 times, 1 visits today)
Condividi:

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*