Dentro l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci

La frase è il climax di un avvenimento storico fondante per la religione cristiana: “in verità, in verità vi dico che uno di voi mi tradirà”. È il momento in cui Gesù, riunito con i suoi discepoli per la celebrazione della pasqua ebraica, nella tradizionale cena della vigilia, annuncia che probabilmente la sua esperienza di predicatore nel mondo sta per finire. E che – peggio – finirà tumultuosamente con la cattura e la delazione di uno dei compresenti. È l’inizio di un giallo: il colpevole è nella stessa stanza di chi lo accusa. Una situazione così drammatica che Leonardo Da Vinci ha perfettamente colto nel suo Cenacolo, ovvero l’Ultima Cena, dipinta nel Refettorio di Santa Maria delle Grazie, a Milano. Il dipinto coglie in pieno la drammaticità della scena. Gesù è al centro, allarga le braccia sconsolato, rassegnato, le mani aperte si offrono ai presenti. I discepoli sono costernati, impauriti, i più si domandano se non hanno commesso qualche stupido errore, se non si siano traditi con qualcuno. Il nervosismo della scena è tale che alcuni di loro si allontanano, altri si avvicinano, c’è chi si alza dal banco, chi alza le mani quasi a giustificarsi e chi ancora indica qualcosa o qualcuno, chiedendo spiegazioni. In questa scena concitata Gesù è comunque sereno, isolato, su di lui Leonardo fa convergere il fuoco della prospettiva. Intorno a lui si determinano le posizioni degli apostoli, inseriti a gruppi di tre, sempre seguendo delle linee prospettiche intuibili dalla finestra alle loro spalle, un crepuscolo appena accennato.

La rivoluzione di Leonardo è clamorosa, non se ne percepisce da subito la portata: l’Ultima Cena prima di lui veniva rappresentata in modo sacrale, come momento di fondazione appunto del sacramento dell’Eucaristia, probabilmente il più importante di tutta la fede cristiana. Qui invece il pittore ci regala un dramma, un thriller, una scena nella quale le caratteristiche fisiche e i movimenti dei protagonisti suggeriscono il pathos e il momento di paura che si leva dalla tavola bandita. C’è incredulità, apprensione, tristezza, c’è chi si arrabbia. Quest’opera tipicamente rinascimentale, così ricca di dettagli e così psicologicamente potente, fa nascere la pittura moderna. Nel dipinto gli apostoli si riconoscono senza esitazione, per via delle caratteristiche narrate dai Vangeli: ad esempio, l’apostolo Pietro, forse l più importante, ha la barba grigia e la carnagione rossa dell’uomo che lavora all’aperto, con un grosso coltello in mano; Giovanni è il discepolo prediletto e in genere viene sistemato alla destra di Gesù ha un aspetto fin troppo giovanile, tanto femmineo da aver scatenato una ridda di voci che appartengono più alla teoria della cospirazione, cui ha attinto Dan Brown per il suo celebre bestseller (il Codice Da Vinci). Giuda ha la carnagione scura, sembra quasi un moro, giovanile con la barba, che si ritrae indietro come a chiedere qualcosa, in segno di colpa. Notevoli anche i dettagli della tavola, una sorta di natura morta ante litteram, preziosa e al tempo stesso povera, che non distoglie l’attenzione dalle figure dei protagonisti, sui quali spicca Tommaso, alla sinistra di Gesù, che appare timoroso, proverbialmente incredulo.

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