L’espressione artistica e il genio creatore

L’età romantica ci ha dato in eredità il mito del “genio creatore”, cioè dell’artista che porta alla luce figure e fantasmi evocandoli dal nulla ed esprimendoli con una potenza superumana. Questo mito rischia di far apparire che l’arte sia il frutto di una forza misteriosa e non comune, che viene data in dono solo a pochi fortunati superuomini. Noi non possiamo credere che le cose stiano così, altrimenti si dovrebbe assistere ad una fondamentale incomunicabilità dell’opera d’arte, che sarebbe costruita con una sensibilità e un linguaggio, a cui la massa non può attingere. Si tratterebbe, cioè, di una produzione per aristocratici dello spirito, che non interesserebbe affatto tutti gli altri mortali che non siano dei o semidei. Come osservava Benedetto Croce nella sua opera Estetica “l’uomo di genio che si atteggi o venga rappresentato come lontano da questa (umanità), trova la sua punizione nel diventare, o nell’apparire, alquanto ridicolo”.

Il concetto di universalità dell’arte è ricco di fascino ma anche di pericoli. Esso è il più discusso in sede estetica nei nostri giorni. Cosa è in fondo il genio creatore? Ogni creazione artistica presuppone un fondamentale processo cognitivo. Conoscere non tanto sé stessi, come verrebbe da dire, ma più che altro il mondo che ci circonda. O meglio: l’insieme dei rapporti che formano il tessuto della vita quotidiana dell’artista, che sublima con una sensibilità tipica che eleva a discorso artistico una semplice piega dell’abitudine. Ed è in fondo questo il destino delle grandi opere artistiche: sublimare a livello generale, come se riguardasse tutti noi, l’episodio di una persona in un proprio microcosmo. Questa grande intuizione è propria dei pittori rinascimentali, degli scultori, degli scrittori dell’epoca moderna, di chi insomma riporta al centro l’uomo e va oltre la semplice forma poetica. Si pensi alla drammatica scena della Pietà di Michelangelo. Il culto della Madonna oggi è certo più ampio che in passato, ma è comunque parte di un Pantheon religioso acquisito, insieme naturalmente a Gesù Cristo. Eppure la scena è così intima, sono madre e figlio, che questo semplice rapporto così comune (di madre / figlio) viene elevato a rapporto di una sofferenza umana mitigata dalla pietas tipica della madre. O anche il primo romanzo postmoderno, l’Ulisse di Joyce. L’artista irlandese è una sorta di grande umanista a scoppio ritardato, eppure capisce che riconducendo le vicende al quotidiano può definire al meglio le inquietudini dell’uomo moderno, lacerato dai conflitti interiori. Un concetto che sarà esasperato al massimo dalla Metamorfosi di Franz Kafka, punto di incontro tra creazione fantastica, tipica di un certo modo di raccontare, e psicosi moderna, la paura di essere insignificanti all’interno di meccanismi più grandi di noi.

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