Eutanasia e suicidio assistito, a che punto siamo

Con la vicenda del suicidio assistito di Fabiano Antonini in Svizzera, il tema dell’eutanasia ritorna prepotente in Italia, di fronte a una politica che sembra sorda su questo argomento da anni, nonostante i vari tentativi di armonizzare la legislazione italiana alla stragrande maggioranza dei paesi europei. Ma quali sono i pro e i contro dell’eutanasia e del suicidio assistito e perché esso dovrebbe essere legale o meno.

Anzitutto si parla di ricorso al suicidio assistito quando il paziente è capace di intendere e di volere e non ritiene più di poter vivere nelle condizioni mediche in cui si trova. Non si tratta pertanto di un aiuto al suicidio di una persona che si trova in particolari condizioni psichiche, come uno stato profondo di depressione, ma più un caso come quello citato sopra, nel quale lo stato fisico è stato così menomato, da rendere impossibile una vita normale. L’eutanasia è un caso differente, anche se afferisce alla stessa sfera delle libertà personali. Nel caso dell’eutanasia, e in assenza di un testamento biologico, nei paesi dov’è consentita sono spesso i congiunti più prossimi insieme all’equipe medica a decidere quando staccare la spina. Ma in questo caso si parla di persone che non hanno capacità e vivono in uno stato vegetativo profondo. Nel suicidio assistito sostanzialmente si chiede l’aiuto di una persona o una istituzione per levarsi la vita, quando si ritiene che non vi siano delle condizioni mediche per andare avanti.

I favorevoli al suicidio assistito ritengono che la scelta debba appartenere all’individuo, quando questi appunto si trovi in una particolare condizione medica da rendere il suicidio un sollievo. Nel caso specifico il paziente era diventato cieco e non poteva più muoversi o esprimersi, anche se pensava liberamente (e il requisito della volontà, della capacità è fondamentale in casi come questi). La morte in questo caso è un atto di compassione, liberatorio, che spesso serve ad anticipare una fine più dolorosa, come nel caso di malattie terminali (esemplare il racconto in un romanzo di Houellebecq di questo passaggio “La carta e il territorio”). I malati di questo tipo desiderano vivere ma capiscono che o non ci sono speranze oppure andrebbero incontro a un progressivo peggioramento. Di fronte a severe condizioni senza speranza, di fronte alla prospettiva di vivere una vita sdraiati su un lettino, spesso le persone anche per non gravare sulla stabilità emotiva e la salute di coloro che amano e gli stanno intorno, decidono che è meglio chiudere il capitolo della vita.

I contrari naturalmente ritengono che attribuire per legge una simile facoltà agli individui, significa privare l’individuo stesso di una scelta, perché per i contrari la morte non è mai una scelta, ma solo l’ultima delle scelte. Per alcuni non si tratta di una prospettiva eminentemente religiosa o filosofica: significa anche rispettare la vita in ogni sua forma, all’interno di una sfera etica nella quale non possiamo dirci padroni dl destino altrui, anche quando ci viene chiesto di diventarlo. Per i contrari all’eutanasia e al suicidio assistito anche un soffio di vita è meritevole di essere tutelato, al di là delle menomazioni permanenti, dei danni gravi.

E in Italia? Nel nostro paese il dibattito è aperto, ma si fa molta confusione. Ci sono articoli specifici del codice penale (575, 579, 580, 593) che puniscono severamente l’eutanasia e il suicidio assistito. Dal caso di Eluana Englaro si è parlato della necessità di introdurre un testamento biologico, ma non sono stati fatti passi in avanti nonostante ci sia una discussione intorno alla proposta di legge, con curatrice Donata Lenzi, attualmente ferma in Commissione Affari Sociali, proprio dedicata al testamento biologico. Spesso in Italia si aggira il divieto di eutanasia, anticipando la sospensione delle cure, quando ve ne siano i requisiti (fattispecie non vietata e anzi permessa dall’art. 32 della Costituzione).

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