Il neorealismo e la rappresentazione del reale nel cinema

Nell’Italia uscita dalla guerra il ricorso al neorealismo è reso quasi obbligatorio dalla situazione sociale e dalla povertà di mezzi con i quali si opera. Questa stagione cinematografica oggi è celebrata a dovere: molti dei capolavori del cinema italiano provengono dalla produzione immediatamente successiva al dopoguerra. Se si guarda il cinema fascista e il cinema neorealista, si capisce lo scarto culturale e ideologico: si passa da un cinema di celebrazione a un cinema di analisi, che si rinnova all’interno di un discorso poetico differente in esso, ma molto coerente, tanto nei lavori di Rossellini, quanto in quelli di De Sica o di Castellani. Forse il primo film che esplora queste possibilità espressive è Ossessione di Visconti, del 1942, che anticipa i grandi temi di Rossellini. La poetica neorealista ha ovviamente delle pecche: c’è una produzione che non riesce a stare al livello della più elevata, perché sfrutta troppo le situazioni sociali e umane dell’immediato dopoguerra, spesso cariche di proteste demagogiche. Ma è ovvio che con i maestri si è raggiunto un risultato artistico di spessore assoluto. La poetica del neorealismo, la sua rappresentazione della realtà si nutre dello spaccato della vita quotidiana, con attori – personaggi presi dalla strada, nell’illusione peraltro raggiunta di poter rompere la quinta, l’intermediazione dello schermo, riuscendo a trasferire il reale direttamente negli occhi dello spettatore. Per questo motivo il neorealismo fu salutato in maniera entusiastica in tutto il mondo, imitato, e celebrato come un momento decisivo per il cinema mondiale.

Va detto però che il neorealismo non era un cinema completamente spoglio: a differenza di ciò che si pensa esso era intriso di letteratura, nel senso che comunque c’era una volontà artistica molto elaborata, soprattutto nelle produzione migliori. Una volta che si affermava l’aderenza alla realtà si trattava comunque di rendere la narrazione comprensibile da un punto di vista del linguaggio e gli stili usati furono quelli del naturalismo, inteso come corrente letteraria. Era insomma una narrativa che si spogliava dei toni epici, della retorica, ma che puntava a ristabilire una coscienza sociale attraverso il ricorso a un’analisi tutt’altro che improvvisata. Tuttavia esso è presto scemato: non a caso si parla di “stagione del neorealismo” proprio a significare che fu un periodo breve, ma intenso superato da film a carattere folkloristico, populista, che avevano perso le caratteristiche di ruvidezza delle prime produzioni. Si andava insomma verso la narrazione quasi pastorale dell’Italia che cambia e diventa potenza industriale. Non a caso questa fase sarà superata brillantemente dalla commedia all’italiana, che ritorna a focalizzarsi sui vizi e le virtù all’interno di una società non più agraria, ma urbana.

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