La congiura dei Pazzi

La congiura dei pazzi

 

I Pazzi di Firenze

Più che una famiglia, i Pazzi erano una consorteria. Alla loro testa stava il vecchio Jacopo, che reggeva con mano salda i fili delle attività bancarie e commerciali su cui si fondava la ricchezza della dinastia. Jacopo non aveva figli, aveva però due fratelli, Piero e Antonio, che di figli ne avevano in abbondanza e che alla morte del capofamiglia si sarebbero spartiti tutti i suoi beni. Gli antenati dei Pazzi venivano dal Vildarno, dove possedevano parecchi castelli e da dove, nei tempi andati, avevano spesso mosso guerra alla repubblica fiorentina. Nella prima metà del Quattrocento si erano stabiliti definitivamente in città e si erano presto imposti nella ristretta cerchia dei cittadini più influenti, sia per la loro ricchezza che per il loro mecenatismo. Il padre di Jacopo, Andrea, era stato
membro della Signoria e aveva finanziato la costruzione di una cappella nel chiostro di Santa Croce, che porta il loro nome ed è uno dei capolavori del Brunelleschi. Ai Pazzi toccava anche il privilegio di organizzare lo scoppio del Carro, la vigilia di Pasqua davanti alla basilica di Santa Maria del Fiore. La tradizione risaliva al fondatore della dinastia, un tal Pazzino dei Pazzi, che aveva partecipato alla prima crociata e che per primo avrebbe scalato le mura di Gerusalemme. Per compensarlo del suo valore, il capo della crociata Goffredo di Buglione gli aveva donato tre pietre prelevate dal Santo Sepolcro, che Pazzino portò a Firenze e che ogni anno, alla vigna di Pasqua, venivano fatte girare per le strade della città su un carro attrezzato con fuochi d’artificio, prima di cavarne la scintilla che avrebbe fatto esplodere la macchina, a simboleggiare il fuoco santo della Resurrezione. Lo scoppio del carro è ancora oggi una cerimonia tra il religioso e il folcloristico, amatissima dai fiorentini.

Il duello co i Medici e la congiura

Con tali ascendenti, e con le enormi risorse di cui disponevano, si capisce bene come i Pazzi fossero tra le famiglie più potenti e rappresentassero una possibile minaccia per il potere dell’altra grande dinastia fiorentina, quella che controllava la città anche senza ricoprire nessuna carica istituzionale: i Medici. Il previdente Cosimo dei Medici, al quale la Signoria attribuirà il titolo di Padre della patria, aveva tentato di farseli amici dando in matrimonio la nipote Bianca a Guglielmo dei Pazzi, uno dei figli di Antonio. Ma neanche la parentela acquisita aveva attenuato la sotterranea rivalità tra le due famiglie. divise dalla pretesa egemonica dei Medici e dalla volontà di rivalsa dei Pazzi e il contrasto esplose in maniera scoperta quando non c’era già più il vecchio Cosimo e I neppure suo figlio Piero il Gottoso, che aveva preso il posto del padre ai vertici della famiglia e dello stato. La prematura scomparsa di Piero dei Medici nel 1469 aveva costretto l’appena ventenne Lorenzo a farsi carico sia delle attività economiche della casa che delle questioni politiche della Signoria. Fu proprio Lorenzo a provocare l’incidente che avrebbe rotto in modo insanabile i rapporti con i Pazzi. Un altro figlio di Antonio dei Pazzi, Giovanni, aveva sposato Beatrice, figlia ed crede dei ricchissimi Borromeo. Venutole a mancare il padre, Beatrice doveva entrare in possesso di tutti i suoi beni. I traffici del marito, e in generale dei Pazzi, se ne sarebbero enormemente avvantaggiati a discapito degli altri banchieri fiorentini. Ma ecco che una provvidenziale legge stabilì con effetto retroattivo che, in caso di morte senza testamento, l’eredità dovesse spettare al parente maschio più prossimo, con esclusione delle femmine. In conseguenza di ciò, i beni dei Borromeo vennero confiscati a Beatrice e al marito Giovanni dei Pazzi, e rimessi al cugino Carlo, che con i Medici era in buoni rapporti. I Pazzi protestarono, strepitarono, promisero vendette, ma la legge emanata dalla Signoria rimase in vigore. Il più sdegnoso e turbolento dei Pazzi era Francesco, anche lui figlio di Antonio, detto Franceschino per la bassa statura. Per tenerlo a freno da possibili reazioni inconsulte lo avevano spedìto a Roma, a dirigere il banco che i Pazzi gestivano in quella città. Era una sede importante, anzi la più importante dopo la casa madre di Firenze, perché funzionava da tesoreria pontificia. In questo ruolo prestigioso, oltre che assai remunerativo, aveva anzi sostituito proprio il banco dei Medici, da quando si erano guastati i loro rapporti con il papa, che dal 1471 era Sisto IV della Rovere, originario di Savona ed ex generale dei Francescani. Un papa che ha fatto molte cose buone, a cominciare dalla cappella Sistina e dalla Biblioteca Vaticana, ma che si macchiò di una colpa imperdonabile: il nepotismo. Fu anzi il primo a praticarlo con sistematica sfrontatezza, aprendo una strada che sarebbe stata percorsa da tutti i suoi successori del Rinascimento. Non perdeva occasione per piegare gli interessi della chiesa alla brama di ricchezza del proprio parentado, che era numeroso e famelico. Un nipote, Pietro Riario, lo fece cardinale. Un altro nipote, Giuliano della Rovere, anche lui promosso cardinale, diventerà papa Giulio II. Ma fra tutti i nipoti, il più arrogante e intraprendente era Girolamo Riarin che, indifferente alla carriera ecclesiastica, aspirava a costruirsi uno stato tutto suo, con annesso titolo nobiliare. In questo quadro era avvenuto il trasferimento di Francesco dei Pazzi a Roma. L’occasione tanto attesa da Girolamo Riario si presentò quando il signore di Imola Taddeo Manfredi, in difficoltà per la ribellione del figlio, mise in vendita la sua contea per 30 mila ducati. La somma ingentissima, venne chiesta in prestito ai Medici, ma Lorenzo rifiutò di concederla, temendo l’insediamento degli ambiziosi Riario ai confini della repubblica. Il rifiuto ebbe due conseguenze, entrambe sgradevoli. La prima fu che i rapporti dei Medici col papa, già scossi da precedenti incomprensioni, si guastarono del tutto. La seconda fu che l’incarico di tesoriere pontificio, che era esercitato dai Medici, fu assegnato ai Pazzi, i quali si erano affrettati a sborsare i 30 mila ducati necessari al Riario. Non solo, ma ai Medici fu tolto, sempre per darlo ai Pazzi, anche l’appalto del commercio dell’allume, di recente scoperto sui monti della Tolta. E l’allume, un minerale che serviva a fissare i colori, era prezioso per i pittori dell’epoca, ma addirittura indispensabile per i tintori fiorentini che si arricchivano vendendo i loro tessuti in tutta Europa.

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