L’attendibilità storica del Nuovo Testamento

Il Nuovo Testamento è la parte della Bibbia che osservano strettamente i cristiani cattolici, a differenza di altre religioni rivelate che prendono spunto dalle cose scritte sul Vecchio Testamento, che tratta principalmente della genesi del mondo e in seguito delle peripezie del popolo di Israele quale eletto dal Signore.

Il Nuovo Testamento invece comprende i Vangeli canonici più gli Atti degli Apostoli e il cd. Libro dell’Apocalisse, di norma attribuito a San Giovanni l’evangelista. Il Nuovo Testamento vede la superficie in un’epoca che va dal 50 al 100 d.C. In quel tempo la Palestina è di fatto una provincia romana, anche se il governo imperiale esercita il potere attraverso tre figure istituzionali: innanzitutto il Re di Giudea, un sovrano vassallo, una marionetta nelle mani di Roma. Poi c’è il governatore della vicina provincia della Siria, la più importante e ricca del Vicino Oriente, dal punto di vista strategico che comanda la zona attraverso la supervisione di un legato (procurator, come viene chiamato Ponzio Pilato nei Vangeli). Da notare che l’avvenimento più importante che accade nell’epoca della prima stratificazione dei testi, scritti in greco e pubblicati (cioè diffusi tra i primi seguaci) è sicuramente la rivolta giudaica, che porta alla guerra violenta combattuta da Vespasiano a cavallo tra l’impero di Nerone e il suo. Vespasiano è infatti il comandante delle legioni di Oriente quando viene acclamato imperatore e darà incarico a suo figlio e successore Tito di finire la rivolta nel sangue, con la distruzione del Tempio di Gerusalemme e la drammatica presa di Masada, ultimo bastione della resistenza giudea (raccontata da Flavio Giuseppe).

Un’antica tradizione riguardo alla lingua dice che Matteo avrebbe reso fin da subito disponibile una stesura in aramaico o ebraico, a significare che volesse diffondere la parola di Dio tra le genti. Il greco infatti era la lingua ufficiale della parte orientale dell’impero e di fatto la lingua internazionale del commercio e della politica. La koinè comune era quella basata sulla lingua attica diffusasi a seguito delle conquiste di Alessandro e si presenta come una lingua semplice, ricca, notevole dal punto di vista delle sfumature, in grado di accogliere sempre più neologismi e termini filosofici e politici, ma anche contaminata dalla lingua esuberante del periodo, la lingua latina, che alla lunga uscirà vincente da questo confronto. Quindi gli autori del Nuovo Testamento si collocano esattamente in questo punto della storia, nel quale greco e latino si abbracciano e si confondono, si uniscono a parlati locali, come dialetti semitici e inflessioni barbariche. Non può essere considerato strano allora che nel Nuovo Testamento si ritrovino espressioni della zona di provenienza (la Galilea). I giudizi sull’attendibilità del Nuovo Testamento pertanto non possono essere fondati sulla lingua in cui furono scritti, perché anche se ci sono pervenuti in greco appare evidente la loro provenienza da quell’area del medio oriente mediterraneo. Poi va anche aggiunto che nessuna opera dell’antichità ci è arrivata nella pergamena ufficiale, ciò vale tanto per il Vangelo quanto per le opere di Cesare e Cicerone.

Normalmente per comprendere l’intero scritto di uno degli autori, non serviva che più di un rotolo, dato che la composizione è molto breve. Scritti di questa lunghezza venivano al limite raccolti e per evitare contraffazioni, si ponevano delle note a margine, come delle dichiarazioni di autenticità oppure un autografo (San Paolo lo faceva). Va infine dato che il corpus del Nuovo Testamento è una creazione successiva, dovuta all’attività dei primi concili della neonata Chiesa di Roma nel terzo e quarto secolo d.C. e che prima circolavano in forma unica, come differenti versioni di una stessa storia. Non sarà sfuggito a nessuno infatti che i 3 vangeli sinottici sono molto simili tra loro, mentre la riflessione di Giovanni è più filosofica e ontologica.

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