Le origini del libro

Dal papiro all’ebook, l’affascinante storia del libro a puntante. La parola libera indica la corteccia delle piante dalle quali si estraevano i primi fogli, come nel caso del platano, del tiglio e dell’olmo, che possono avere un aspetto di pellicola, opportunamente disseccata, rendendola utile per scriverci sopra. Da questo uso è nata la tecnica di creare i manoscritti di fogli stampati di forma uguale, cuciti a formare un volume. Una invenzione valida ancora oggi. La scoperta della stampa a caratteri mobili si può dire che divide in due la storia del libro, perché si possono produrre più copie dello stesso codice.

In origine il libro ebbe un aspetto molto rudimentale, non sempre ben definito per le forme e i materiali utilizzati: si conoscono – perché sono giunti fino a noi – testi indiani scritti su foglie di palme e testi etruschi scritti su rotoli di tela. Si ha pure notizie di tavolette di argilla di forma rettangolare e di rotoli di cuoio in uso presso gli Ebrei, così come di tavolette di legno in Grecia. Normalmente si pensa che sia stato l’uso del papiro a spianare la strada ai fogli di origine vegetale, perlomeno per la diffusione dello stesso a partire dal III millennio a.C. in Egitto. Solo a partire dal III secolo per il papiro assunse una forma di codice, con i fogli da sfogliare come facciamo noi oggi, anche se al tempo sta già per essere sostituito dalla pergamena, che divenne popolare in tutta l’epoca dell’impero romano. Il codice in pergamena fu preferito fino al Medioevo inoltrato perché era pratico, resistente, costava di meno e occupava meno spazio, dato che consentiva la scrittura fronte-retro. Pare che questa forma derivi da dittici usati dai greci e dai romani, e come quelli, il codice è costituto dall’insieme di più fogli, in genere quaderni, dapprima di piccolo formato, poi più grandi, piegati nel mezzo a cerniera e aventi figura quadrata o rettangolare. Non vi è numerazione di carte: ma per evitare errori di rilegatura essi sono distinti con una lettera dell’alfabeto o una cifra romana e con il richiama della prima parola del foglio seguente scritta sotto l’ultima riga della precedente (la numerazione romana è rimasta ancora oggi nelle pagine introduttive a un volume, per esempio). Manca anche il frontespizio: il titolo dell’opera e il nome si trovano sempre nell’incipit e nell’explicit, che riporta spesso anche la sottoscrizione del copista e talora quella del miniatore con indicazione della data in cui fu compiuto il lavoro (oggi rimane l’anno di stampa per esempio). La sistemazione della pagina e del testo, poi, risponde a canoni precisi che gli amanuensi seguono per assicurare al libro un po’ di eleganza: sono pagine a doppio colonna per le opere a carattere religioso; testo con un corpo di carattere più grande nel centro della pagina, con le minute di commento intorno (glosse) per i testi di tipo giuridico. Nel prossimo articolo parleremo delle miniature, continuando a parlare della storia del libro.

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