Meglio il libro o il film?

L’annosa discussione se sia meglio il film o il libro segue sempre la cosiddetta riduzione cinematografica di un’opera letteraria. Nel tempo il termine riduzione ha ceduto il posto ad “adattamento”, quasi a nobilitare l’opera cinematografica, che per tanto tempo ha subito una sorta di sudditanza psicologica nei confronti della letteratura, considerata un’arte maggiore.

Oggi il cinema e le serie tv saccheggiano letteralmente le opere narrative, alla ricerca di storie che possono piacere. Anzi, la maggior parte degli executive di Hollywood incaricano schiere di dipendenti, detti “creativi”, di leggere quanto più possono per cercare di scoprire storie e personaggi che possono essere adattati. Spesso il cinema e la TV vanno oltre gli autori dei soggetti, come dimostra il caso di Game Of Thrones. In altri casi basta un personaggio come Bosh o Dexter per alimentare un flusso continuo narrativo, che finisce per snaturare l’intento dell’autore del libro. Anche Bones, per esempio, è tratto da una serie di romanzi di Kathy Reichs, che ha benedetto la serie, ma che naturalmente non poteva prevedere lo sviluppo sentimentale della storia e dei suoi personaggi (soprattutto quelli secondari).

Se oggi dessimo un’occhiata ai libri più venduti in Italia di IBS ci renderemmo conto che a parte il solito dominante Harry Potter, notiamo come nella classifica dei primi 10 siano presenti nientemeno che 5 romanzi di Antonio Manzini, autore delle storie con Rocco Schiavone. Motivo di questo improvviso successo (l’undicesimo posto è occupato comunque da un raccolta di storie dello stesso Manzini)? Semplice, l’arrivo in TV di una fiction, serie TV, chiamatela come volete, dedicata alle storie di Schiavone, interpretato da Marco Giallini, perfetto nel ruolo di “romanaccio” trapiantato in Val d’Aosta. I libri tentano di riprendere determinate ambientazioni nordiche, alla stregua di grandi successi letterari e televisivi degli ultimi anni (il capostipite è forse “Il senso di Smilla per la Neve” o nel cinema Insonnia di Nolan).

Questa continua osmosi tra cinema, tv e letteratura è dovuta al fatto che gli sceneggiatori hanno difficoltà a trovare storie e personaggi credibili, di primo acchito, mentre si dimostrano davvero bravi quando prendono il personaggio altrui e ne trasformano lentamente i connotati caratteriali, dandogli una profondità che va ben oltre il soggetto iniziale. Spesso chi si lamenta degli adattamenti cinematografici lo fa con quello che io definisco “l’occhio da purista”, ovvero il lamento snob dello schizzinoso che pensa che la fedeltà all’originale sia un motivo di merito. In verità ormai molto concordano nel fatto che Games Of Thrones, come prodotto artistico, sia nettamente superiore al ciclo di romanzi del suo autore, che ha utilizzato una tale abbondanza di cliché del mondo fantasy, che giustamente, pur essendo molto valido, piaceva solo agli amanti del genere (nonostante Martin sia un innovatore del genere, in quanto fondamentalmente scrive romanzi storici ambientati in un mondo e in un tempo fantasy). Il punto è che lo show televisivo abbatte le barriere del genere e questo succede solo quando il prodotto artistico è eccezionale sotto ogni punto di vista.

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