Perché 1984 è un romanzo sempre attuale

Qualche giorno fa, in disaccordo con i media, il portavoce del presidente americano Donald Trump ha dichiarato che la folla intervenuta all’inaugurazione del 20 gennaio era superiore a quella che presenziò i due giuramenti di Obama. Smentendo in modo poco convincente le immagini che mostrano tutt’altro. Volendo forse minimizzare le dichiarazioni del portavoce, Kellyanne Conway, consigliere di Trump, ha dichiarato che Spicer aveva solo mostrato degli alternative facts. Cioè dei fatti alternativi, sostanzialmente una contro-verità. Per la CNN gli alternative facts sono sostanzialmente una menzogna.

Ma perché questa introduzione? Perché proprio ieri il Guardian, autorevole quotidiano inglese, ha sottolineato come dopo le dichiarazioni della Conway siano aumentate le vendite di 1984, il capolavoro distopico di George Orwell scritto nel 1949 e ambientato in un futuro non troppo lontano, in una società totalitaria nella quale l’informazione viene costantemente manipolata e ricreata con una rivoluzione profonda sul linguaggio.

Ma perché un romanzo come 1984 ancora oggi è attuale?
Innanzitutto per la sua potenza narrativa. L’abilità di Orwell è quella di celare dietro una banale storia d’amore e di tradimento politico una società, rivelarne il suo funzionamento malato e ossessivo, mostrarci la stratificazione della realtà e della verità, che possono essere compromesse semplicemente agendo su una leva di un macchinario.

Il romanzo ha dimostrato anche delle qualità predittive. Se osserviamo da vicino le società moderne ci possiamo rendere conto che la privacy, che in 1984 non esiste se non parzialmente, rimanendo nell’ombra o nascondendosi in qualche tugurio, è praticamente messa in pericolo dalla quantità di dati personali che cediamo ad aziende ed istituzioni. Nonché dal fatto che siamo circondati da obiettivi di telecamere siano esse fisse o mobili. Il libro è semplice dal punto di vista della trama, dello sviluppo dei personaggi e persino della sua scrittura. Ma questa semplicità è un grande punto di forza, tanto che Orwell con “La Fattoria degli Animali” è riuscito a ricavare a nude mani una favola per bambini che in realtà è una rappresentazione satirica del totalitarismo stalinista.

La vera trama del romanzo non è tanto la vicenda di Winston Smith, quanto il funzionamento perverso e meccanico della società che lo circonda e lo controlla. La potenza evocativa del Grande Fratello, del Partito, della guerra guerreggiata ma non si sa bene dove, dello stato di povertà spesso mentale di alcune delle figure di contorno, contribuiscono a rendere il romanzo una sorta di incubo letterario che man mano che procede, prende forma insieme al destino amaro della coppia. Non vogliamo anticipare come finisce 1984 per chi non l’ha mai letto, ma fin dalle prime pagine si è presi da una sorta di angoscia che attanaglia e rapisce. Ciò che porta avanti la lettura, ciò che costringe il lettore a immergersi in essa, non è la vicenda di Winston, che alla fine è un semplice impiegato, ma la volontà di scoprire fino a che punto il controllo totalitario dell’individuo può spingersi. E la rivelazione finale è come un colpo di martello alla nuca.

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