Pierpaolo Pasolini, una presenza ancora viva

Lo scorso anno, in occasione del quarantennale dalla sua morte, in tanti hanno rivisitato e riscoperto, analizzato e riproposto la figura di Pier Paolo Pasolini. Intellettuale poliedrico, scomodo, utilizzato a sproposito, che ha spesso spiazzato i contemporanei e i posteri. In particolare, sul suo lavoro cinematografico, aveva fatto scalpore la dichiarazione del regista Gabriele Muccino, che giudicando dal punto di vista della critica cinematografica il film (con un giudizio alla Truffaut) aveva definito il regista “senza stile, che ha impoverito il cinema”, beccandosi spesso critiche ingiuste, dal momento che Muccino è titolato a far critiche rispetto a chi non fa cinema o non ne conosce la storia.

Pasolini è stato una figura di riferimento della cultura italiana del Secondo Novecento, perché ha saputo bene interpretare i grandi temi del consumismo, della rivolta sociale e studentesca e soprattutto del conformismo, che egli vedeva tanto nella civiltà borghese, quanto nel PCI al quale peraltro era stato iscritto.

Pasolini fa il suo ingresso nella cultura italiana come narratore, con opere visionarie e violente, come “Una vita violenta” e “Racconti di Vita”, dove abbraccia il romanesco, offrendo una narrazione quasi ipnotica, realista, nella quale è presente una critica di costume non forzata. Suoni, visi, immagini si fondono spesso a creare un mondo caotico, che sembra distante, ma che pure appartiene al mondo delle borgate romane. In Una Vita Violenta la narrazione è più realista, classica, tentando quasi di seguire un filone narrativo al neorealismo spietato italiano, con intenti marcatamente poetici e politici.

Non può pertanto sorprendere che Pasolini passi al cinema negli anni Sessanta. Questa svolta da regista, dopo aver lavorato per anni come sceneggiatore per registi come Bolognini, Citti e Bertolucci, tende a incanalarsi nel filone letterario precedente con film come Accattone e Mamma Roma e La Ricotta del 1963.

Per Pasolini la scelta del linguaggio cinematografico è fondamentale: gli consente di dare voce a persone, oggetti, indicare una sorta di consistenza fisica che diventa parte integrante del racconto. Ciò si vede anche nelle opere minori degli anni Sessanta, che mostrano un cinema realistico, ma con un tratto tutto suo, che naturalmente raggiunge l’apice in pellicole come Uccellacci e Uccellini.

La denuncia sociale si fa sempre più spietata e provocatoria, forse troppo ostentata come provocazione in sè, con le opere più mature in cui richiama il teatro classico o dei testi antichi, per elaborare in chiave moderna la mitologia (Il Vangelo Secondo Matteo, Teorma, Medea, Edipo Re, Porcile). Contemporaneamente non smette di scrivere, dedicandosi negli ultimi anni alla narrazione poetica.

L’ultimo suo testamento è sicuramente il film scandaloso, perché giudicato estremo, Salò o le Centoventi giornate di Sodoma, del 1975, pellicola apparentemente ispirata al comando del marchese de Sade, in cui il regista esalta la sua poetica, con uno sguardo gelido e impenetrabile, sconvolgente e volutamente provocatorio. Per questo forse la critica di Muccino, che invece ne apprezzava il linguaggio poetico. Un regista che insomma è compenetrato alla figura di sobillatore dei canoni della cultura paludata, accademica, borghese, seppure Pasolini non si sia mai sottratto al pubblico dibattito.

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