Platone e l’inganno della politica

Tra le principali correnti filosofiche dell’antica Grecia quella che fa riferimento a Platone è sicuramente una delle più interessanti. Allievo e discepolo di Socrate, che conosciamo attraverso i suoi scritti, con Platone la filosofia fa veramente un balzo in avanti e si propone di conoscere il mondo, in un modo che verrà reso quasi perfetto e durevole da Aristotele. Platone mise al centro l’uomo, liberandolo dalla poesia eroica e calandolo nella quotidianità, pur volendone riformare lo spirito, consegnandolo all’eternità e al tempo. Le sue meditazioni profonde influenzeranno a dismisura generazione di filosofi, fino all’avvento della scienza sperimentale. Nato da nobili origini ad Atene nel 427, ricco di famiglia, poté formarsi negli anni di maggiore espansione della potenza ateniese, interessandosi immediatamente alle problematiche sollevate dalla scuola sofistica e alle discussioni politiche che nascevano in quella cerchia. Come aristocratico aveva accesso ai migliori insegnamenti e tali furono quelli di Socrate, l’uomo che a 20 anni gli cambiò la vita. Esordendo come poeta e lirico trovò in Socrate lo strumento per raffinare il suo pensiero, trovando inadatte le precedenti espressioni artistiche. Voleva arrivare alla giustizia e alla verità attraverso un riordinamento generale delle idee. Era anche un periodo cupo ormai. Atene stava andando incontro a una gigantesca catastrofe politica, che mise fine al regime democratico, piegata da un governo oligarchico che voleva mostrarsi compiacente a Sparta, che aveva richiesto l’abbattimento delle possenti mura.

Platone vide così all’opera i suoi simili: gli aristocratici al governo della libera città ateniese, ne ricavò una profonda delusione, accentuata dalla sua sfiducia verso gli altri sistemi: la goccia che fece traboccare il vaso fu la condanna a morte di Socrate, per opera del nuovo governo democratico, che si era instaurato nel 399. La perdita del suo grande maestro fu probabilmente l’avvenimento principale della sua vita, e ne rappresentò una svolta in senso profondo per il suo pensiero. I sistemi di governo cui aveva assistito avevano miseramente fallito, si erano dimostrati o troppi tirannici o troppo assetati di potere e pensava che il popolo avesse bisogno di una nuova guida. La filosofia era la risposta illuminata per quei reggitori di governo che spesso smarrivano la strada, la stessa strada di delusioni che lui aveva intrapreso dedicandosi alla passione politica. Fu la morte del suo compianto amico e maestro a dare il la alla sua attività di scrittore e filosofo, pur vagheggiando una riforma politica, un ideale di riforma nella quale egli potesse assumere un ruolo ben preciso. Cercò materialmente lo stato perfetto, quel mito di Atlantide di cui oggi spesso si abusa, arrivando proprio nell’Italia greca, a Siracusa e nel meridione, per cercare di servire governanti e tiranni come Dione, con un ideale politico ben saldo, a rischio della propria vita. La fondazione dell’Accademia, la scuola di filosofia greca rimasta in piedi per quasi 150 anni fu il suo lascito materiale.

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