Proteggere il nostro patrimonio artistico

L’aggressione al patrimonio artistico e monumentale della Siria e dell’Iraq pone il problema della conservazione dell’eredità architettonica lasciataci dalle civiltà precedenti. Ne sia prova anche il degrado di Pompei, i ripetuti crolli che fanno gridare allo scandalo.

Le offese del tempo non sono gli unici nemici delle opere d’arte. Grandi edifici che hanno resistito per millenni stanno cominciando solo ora a sgretolarsi, vittime degli effetti dell’inquinamento atmosferico dovuto all’esplosivo sviluppo industriale, che sta raggiungendo livelli mai visti con l’espansione cinese e indiana. Per far fronte a questa nuova minaccia, tecnologi e storici dell’arte provano a unire le forze allo scopo di trovare nuove soluzioni per preservare le testimonianze storiche del passato.

L’inquinamento atmosferico è dovuto in massima parte ai prodotti della combustione dei combustibili fossili. Si disperde molto acido solforico nell’aria, nonostante i ripetuti interventi sulle emissioni dei carburanti, che come dimostra la cronaca delle ultime settimane sul caso Volkswagen, non bastano a proteggere gli edifici e le persone. Esistono purtroppo solo pochi mezzi per difendersi da un simile attacco. Una soluzione è quella di creare ambienti puri intorno alle opere d’arte (monumenti, dipinti, affreschi e statue), in modo che comunque possano assolvere al compito culturale di essere viste. Il trattamento della pietra affetta da processi erosivi si esegue di solito attraverso le fasi di pulitura e di trattamento preventivo. Se il danno è troppo esteso, occorre previamente ricostruire e sostituire le parti più gravemente degradate.

La maggior parte delle pietre da costruzione esposte nelle aree urbane agli agenti atmosferici risulta incrostata da composti a base di silice, calcite, gesso e materiali carbonacei, che si producono per reazione chimica della pietra con l’aria inquinata. Talvolta, sulla superficie esterna della pietra, Sali idrosolubili possono cristallizzare e in alcune zone, specie se adiacenti al mare, il cloruro di sodio, può reagire con il gesso e formare solfato di sodio.

Quando si pulisce il monumento viene spazzolato, irrorato di acqua pulita, aria vapore e leggermente sabbiato. Sulla pietra non calcarea, come il granito, si può applicare uno strato di sostanze chimiche contenenti fluoruri, anche se il rischio di danneggiamento è sempre elevato. Queste tecniche moderne oggi si avvalgono di radiografie computerizzate eseguite mediante macchinari simili a quelli utilizzati per le tomografie assiali computerizzate (TAC). La profondità della scannerizzazione permette di analizzare a fondo i rilievi e la composizione della pietra, riuscendo a capire la tipologia di danno (se da frattura o da erosione) che sta colpendo il materiale. Nel caso di Pompei è soprattutto l’incuria dell’uomo, cioè l’incapacità di organizzare un piano di recupero di tutte le zone pericolanti, in genere dei muretti esterni, in modo che si possano mettere in sicurezza anche per i visitatori.

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