Si può campare dalla cultura?

Recentemente rientrato da Napoli, il presidente del consiglio Renzi ha dichiarato di aver stanziato un miliardo da destinare a opere culturali. L’antico adagio che dalla cultura non si mangia dovrebbe essere sempre messo in discussione, secondo noi. L’Italia vanta un patrimonio culturale così esteso, che la cura e il suo sfruttamento dovrebbero assicurare tanto lavoro ai giovani. Piuttosto però ciò che manca, e qui forse ha ragione Renzi, è il racconto che si fa della cultura, cioè il fatto che essa possa diventare remunerativa, contribuendo a spingere molti giovani a studiare materie che la riguardino, a fare qualcosa di più delle semplici attività culturali.

Lo stato dell’arte, termine mai come ora azzeccato, ci dice che per restauratori, pittori, esperti d’arte, artigiani, archeologi e paleo-archeologici i tempi sono assai duri. I ricercatori universitari ricevono stipendi non all’altezza del loro livello di studi; le soprintendenze archeologiche appaiono come dei grossi elefanti ingessati che non sanno come sfruttare e catalogare l’eccessivo patrimonio artistico, spesso per il concorso della cronica mancanza di fondi con la cronica insipienza dei burocrati messi a capo delle strutture decisionali, non viene fatto alcun sforzo per incentivare i ragazzi a prendersi cura dei siti archeologici. Il tutto viene inserito in una cornice di volontariato, che grazie a Dio esiste e spesso si occupa dell’arte e della cultura, della salvaguardia dei siti archeologici e dell’ambiente circostante, ma che ovviamente non spinge, al di là del dovere civico, le persone a pensare alla cultura come a una fabbrica di soldi. Perché purtroppo bisogna essere chiari: se ci fosse un adeguato sfruttamento economico del nostro patrimonio, esteso su tutto il territorio nazionale, probabilmente ne guadagneremmo tutti sia nell’innalzamento del PIL, sia nella sensazione di operare in senso civico (che purtroppo latita).

Le presenze nei musei italiani sono sempre basse rispetto a quelle degli altri paesi europei e non sono certamente le collezioni a fare la differenza (tenendo conto che spesso le presenze dei grandi musei stranieri sono incrementate dalle collezioni dei maestri italiani là conservate). Solo i Musei Vaticani (neppure in Italia se vogliamo) resistono ai primi posti, ma se andiamo a valutare il dato complessivo scopriamo che gli Uffizi e altre gallerie prestigiose soffrono la concorrenza dei grandi musei stranieri. Va poi calcolato il numero di visite presso i siti archeologici: il sistema museale romano, che pure accorpa diverse collezioni e il centro storico di Roma Antica, non riesce ad attirare più visitatori del museo nazionale di storia naturale di Washington. C’è però un dato positivo: nel 2014 i nostri musei hanno messo insieme 40 milioni di visitatori, non sono pochi. Ma i tanti siti archeologici non riescono a competere con i giganti presenti al vertice della classifica. È evidente che manca una vera azione coordinata, è chiaro che non si crede abbastanza nell’arte e nella cultura se non sappiamo sfruttare delle ricchezze che tutto il mondo ci invidia. Per fare un esempio, uno splendido museo come Galleria Borghese a Roma ottiene appena mezzo milione di visite annue. Pompei ne raccoglie quasi 3 milioni, è il sito archeologico più visitato del paese, ma sappiamo qual è il suo stato, come spesso leggiamo cronache relative a crolli e alla cattiva gestione degli scavi. Per Renzi il nostro problema è che non crediamo nel futuro, di sicuro non stiamo facendo nulla nel presente e campiamo alla giornata, organizzando di tanto in tanto qualche evento, per mettere il fiore all’occhiello della cultura nel nostro curriculum di amministratori o finti cittadini modello.

(Visited 3 times, 1 visits today)
Condividi:

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*