Van Gogh e Gauguin

L’arte del tardo Ottocento e del primo novecento è molto complessa, ricca di suggestioni e innovativa. Se ne potrebbe parlare per ore, ma forse per convenienza o semplicità di analisi si potrebbe iniziare dall’analizzare l’opera di due grandi pittori vissuti in Francia. Vincent Van Gogh, olandese, si trasferì a Parigi della Seconda Repubblica nel 1886, dopo una serie di eventi che avevano concorso a formare il bizzarro carattere. Licenziato da una ditta di mercanti d’arte, evangelizzatore protestante presso i minatori belgi, decise di dedicarsi a tempo pieno la pittura. Il suo approccio di crudo realismo caratterizzò tutta la prima parte della sua esperienza pittorica, con cupi colori che rappresentavano scene di vita agreste in Olanda, come Mangiatori di Patate. A Parigi Vincent scopre il cosiddetto plein air e la luce degli Impressionisti, ma medita anche sul colore usato dai puntinismi e sulla ritmica lineare delle stampe giapponesi. È un periodo fecondo nel quale apprende molte tecniche, liberando la propria poetica pittorica. Negli ultimi due anni della sua vita, gli ultimi due intesi e drammatici passati in Francia, da vita al suo spettacolare genio. Vincent vive crisi psicotiche, autentiche turbe, alternate a fasi di esaltazione, con gesti terribili come il taglio di un orecchio e ricoveri continui in casa di cura. In questi giorni così febbrili e pazzoidi egli esegue almeno un centinaio di tele, contese da tutti i musei del mondo. Eppure quando le dipinge nessuno le comprende. Le tematiche realistiche di Van Gogh, con interni, ritratti, paesaggi e autoritratti, sono spietate, adotta colori puri e dipinge a vista. Quello che ne risulta è un’esplosione cromatica materiale che esprime a viva forza il movimento del pennello, come se si vedesse lo sforzo, il gesto consumato dietro uno stato d’animo inquieto.

Nel 1888 per qualche mese insieme a Van Gogh, ad Arles, Paul Gauguin. Diventa pittore dopo sfortunate imprese lavorative, aveva provato a fare l’agente di cambio, ma senza successo, accostandosi all’Impressionismo per poi liberarsi di questa ossessione di dipingere e riprodurre dal vero. Quando si sposta in Bretagna elabora un nuovo linguaggio pittorico. Affiorano nelle sue tele colori diversi da quelli naturali: rossi, blu, giallo accesi. Da queste tele esce sconvolta la visione tridimensionale dello spazio: la profondità di campo è alterata a piacimento da Gauguin attraverso un sapiente gioco di ambiguità visive. Affascinato dall’arte popolare e primitiva, dalle visioni contadine, è inseguendo questo mito che si trasferirà a Tahiti e nelle isole Marchesi. Nascono là i celebri dipinti, nei quali il suo tratto bretone si salda con le visioni dei contenuti esotici, passati alla storia.

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