Perché si dice… i modi di dire derivanti dall’antica Grecia

Perché si dice “trovare il filo di Arianna”

Il filo d’Arianna deve la sua fama al mito di Minosse e del Labirinto. Esso infatti servì a Teseo per trovare l’uscita dal labirinto di Minosse. Oggi questa definizione viene usata per indicare la necessità di trovare un espediente per uscire da una situazione particolarmente complicata.

Il significato di “trovare il filo di Arianna”, insomma, è quello di cercare una soluzione per tirarsi fuori da un problema molto grosso, un’uscita. Un po’ come il bandolo della matassa. Cosa significa l’espressione filo di Arianna è intuibile, dunque torniamo al mito, così si capisce ancora meglio.

Il mito di Arianna nasce dai tempi remoti dell’antica Grecia. La leggenda narra che Atene, in segno di sottomissione, dovesse inviare ogni anno a Creta, come parte del tributo a Minosse suo re, sette giovani e sette fanciulle destinate a finire in pasto al Minotauro, un terrificante mostro, mezzo uomo e mezzo toro, che sorvegliava il labirinto nel quale viveva. Teseo allora, figlio del re di Atene, decise di partire in missione e uccidere il Minotauro.

Ci riuscì grazie all’impiego del filo di Arianna.

Arianna – infatti – gli aveva fornito un filo molto robusto, che aveva srotolato fin dal suo ingresso nel labirinto, in modo che ritrovasse facilmente l’uscita. Il mito del Labirinto probabilmente richiama alla memoria il periodo della dominazione micenea, contraddistinta dai grandi palazzi di Cnosso (nell’isola di Creta).

Piantare in asso o piantare in Nasso?

Un sorprendente modo di dire che deriva dal mito di Arianna, “piantare in asso”, in realtà deriverebbe dal fatto che Teseo avrebbe poi abbandonato, per non specificati motivi, Arianna nell’isola di Nasso (la moderna Naxos).

Per l’Accademia della Crusca, si trova l’espressione “piantare in asso” in documenti precedenti o paralleli a “piantare in Nasso”, per cui entrambe le forme sarebbero corrette. Anche se alla fine è prevalso l’uso di “piantare in asso”.

Perché si dice il Tallone d’Achille

Sempre la mitologia greca ci dà lo spunto per parlare del proverbiale tallone di Achille, al quale oggi si fa appello per indicare un punto debole di un avversario o di una persona. Ad esempio: i grassi sono il suo tallone d’Achille.

La frase prende spunto dalle note vicende del ciclo di Troia, cui sono collegati i poemi epici attribuiti ad Omero. Achille era figlio della Ninfa Teti, una specie di semidio che lo rendeva invulnerabile in quanto da bambino la madre lo aveva immerso nella palude infernale dello Stige. Tuttavia, per immergerlo aveva dovuto tenerlo per il tallone, unico punto in cui non l’aveva bagnato.

Durante gli accesi combattimenti fuori le mura di Troia, dopo aver ucciso Ettore, trascinandone il corpo davanti allo sguardo sgomento del padre, Achille fu colpito da una freccia scagliata da Paride, perdendo la vita come un vero e proprio eroe greco.

Il “tallone da killer” invece non esiste.

Scoprire il vaso di Pandora

Altro modo di dire molto usato nel lessico quotidiano. Si usa per indicare una fonte di guai e calamità senza fine. Fa riferimento al mito del Vaso di Pandora, che conteneva tutti i mali del mando, liberati levando il coperchio.

Significa che è meglio non toccare certe situazioni perché le conseguenze potrebbero essere peggiori.

Avere il tocco di Re Mida

Descrive la capacità di guadagnare o trasformare qualunque cosa si tocchi in oro o qualcosa di molto prezioso. Si riferisce al mito dell’omonimo re che poteva trasformare tutto in oro.

Nel linguaggio quotidiano si dice che ha il tocco di Re Mida di una persona che porta ricchezze e benessere dove arriva. Ad esempio, un attore famoso che garantisce incassi, un calciatore vincente che porta successi in una squadra, un manager che sa come vendere un prodotto.

Perché si dice Fare e Disfare la Tela (di Penelope)

Fare e disfare la tela ha il significato di fare una cosa apparentemente produttiva, che richiede impegno, ma che in è realtà inutile e senza fine. È visto sia in modo negativo, cioè nel fare tanta fatica per nulla. Sia in un’accezione più positiva, e furbesca, nell’utilizzare delle tattiche dilatorie per non prendere una decisione che non ci piace.

Anche questo mito è legato alla Guerra di Troia, e in particolare alle vicende di Ulisse (Odisseo) protagonista dell’omonimo poema epico.

Noto per la sua scaltrezza, il Re di Itaca fu trascinato in una serie di peripezie che ne impedirono il ritorno a casa per dieci anni, dopo averne trascorsi altri dieci ad assediare la città di Troia, vinta grazie al suo espediente del cavallo.

Penelope era sua moglie e regina consorte, la quale non voleva cedere ai pretendenti al trono (i Proci) che volevano che si risposasse, dando per spacciato Odisseo.

Pur di far passare il tempo e attendere il suo amato sposo, non perdendo mai la speranza, Penelope promise che si sarebbe risposata e avrebbe fatto la sua scelta, quando avesse finito di tessere una tela.

Però astutamente lei disfaceva di notte ciò che tesseva di giorno, in modo da guadagnare tempo. La sua tattica ebbe ragione perché, alla fine, Ulisse ritornò sconfiggendo i pretendenti e riprendendosi il trono.

Consiglialo a chi vuoi:

Lascia un commento