Come invogliare i figli a studiare?

Non avere voglia di studiare è uno stato d’animo che abbiamo provato tutti. Fare i compiti e preparare una verifica o un esame non è facile.

Crescendo lo studente raggiunge una piena consapevolezza dei propri mezzi, intuisce le potenzialità, impara a regolarsi.

Impara quello che si definisce un metodo di studio.

Ma può capitare che a scuola, tuo figlio, non abbia voglia di impegnarsi. A casa si distragga sempre e sia, di conseguenza, poco produttivo.

Viene definito come pigro anche se in altre attività non mostra affatto pigrizia.

Non essere bravi a scuola” non è un peccato capitale, e si può correggere il rendimento anche da casa.

Qui riportiamo alcune tecniche comprovate a livello scientifico per migliorare il rendimento scolastico, incoraggiando lo studio di uno studente che non ha mai voglia di studiare (o si impegna allo stremo all’ultimo, in concomitanza di una scadenza).

Anzitutto è opportuno precisare che rendimento e voglia di fare sono collegati. Esistono ragazzi e ragazze più dotati in grado di rendere di più, studiando meno dei compagni.

Ma questo dipende dalle naturali inclinazioni che un bambino può coltivare: ad esempio, se è portato per la lettura, quasi certamente renderà meglio quando si tratta di produrre degli elaborati scritti.

È normale: farà meno errori grammaticali, sarà in possesso di un lessico più potente, troverà più facile memorizzare (la lettura aiuta i processi cognitivi in generale). E ne beneficia anche il parlato, il modo di esprimersi.

Questo atteggiamento comunica sicurezza, che gli insegnanti tendono a giudicare positivamente.

Avere un metodo di studio fin da ragazzi è fondamentale per riuscire negli studi più avanzati: alle superiori, ma soprattutto all’università, quando gli esami diventano dei veri e propri ostacoli, anche per gli studenti più dotati.

Trovare la motivazione per studiare

La motivazione si basa principalmente sull’azione.

Come altre parole molto importanti, il verbo motivare ha a che fare con il movimento (dal vero latino moveo); non sorprende che la stessa radice etimologica sia alla base della parola “emozione”, legata alla motivazione.

La motivazione però non si può acquistare nel banco del supermercato.

Essa invece discende da precise leve comportamentali, che le ricerche hanno dimostrato essere fondamentali per creare dei pattern di azione virtuosi.

La motivazione, per farla breve, si alimenta con le abitudini ripetute. Piccoli appuntamenti fissi quotidiani che portano a un grande risultato finale.

È tutto molto intuitivo: studiare ogni giorno per tre ore e poi concedersi una pausa come premio, è molto più gratificante e produttivo che non studiare per giorni e farlo per sei ore di fila in prossimità di una verifica (per poi concedersi “il premio”).

Nel primo caso, passare la verifica è il risultato normale del processo di impegno quotidiano + mini gratificazione, mentre nel secondo caso viene visto come un trionfo dopo giorni di sacrificio.

Il che la dice tutta: se all’università tuo figlio deve passare 30 esami, deve avere un metodo e non fare sacrifici che poi non portano nulla (la vita, infatti, lo sottoporrà a sfide ancora più grandi dopo la laurea).

Lo studio ripetuto nei giorni crea motivazione perché è nei mini risultati che lo studente può apprezzare la validità del suo sforzo.

Ad esempio, nel metodo di studio può inserire, a intervalli regolari, dei test per verificare la sua preparazione.

Se nota dei miglioramenti giorno dopo giorno, sarà motivato a proseguire perché il miglioramento è fonte di gratificazione.

E la gratificazione (sotto forma di un rilascio di dopamina) genera automaticamente motivazione, trasformando lo sforzo quotidiano in abitudine positiva che si ripete senza drammi.

Il cervello rafforza quei pattern di comportamento che portano una sensazione di benessere e soddisfazione (tramite il meccanismo della ricompensa).

Per cui è importante non insistere sulla motivazione come un mantra, sostenendo che non è motivato, che è pigro o che è svogliato.

La motivazione dipende dal comportamento e si autogenera e moltiplica secondo schemi ripetitivi (nello stesso modo, al contrario, con il quale ci si prende dei vizi).

Per cui è inutile insistere sulla motivazione come concetto astratto, quanto piuttosto impegnarsi per costruire un semplice procedimento comportamentale, che si può ripetere.

Modificare il sistema premiale

Per lo studente, il premio per avere studiato deve essere il risultato scolastico, non ci sono davvero alternative.

Quando ci si basa sulla motivazione come concetto astratto, anche il sistema premiale diventa astratto.

Punire, vietare, consentire a seconda di quanto si è studiato allontana dal vero obiettivo.

Se premi tuo figlio per due ore di studio con un’ora di gioco sullo smartphone, è chiaro che tuo figlio studierà per gratificarsi con il gioco, anziché con il risultato dello studio.

Il premio deve sentirlo suo, come frutto del suo lavoro e ovviamente non può essere staccato dal procedimento comportamentale destinato a rafforzare la voglia di studiare.

È molto meglio dire: studia per due ore come sempre, poi fai quello che vuoi.

Ci sono molte possibilità che, vedendo i buoni risultati che lo gratificano, sotto forma di bei voti, dell’apprezzamento degli insegnanti, del riconoscimento dei compagni di classe, egli allarghi lo spettro dei suoi interessi e anziché svagarsi si metta a leggere o studiare.

La motivazione ha senso se la ricompensa genera un ritorno dopaminico. E l’apprezzamento generale che riceverà per essere andato bene è una fonte di dopamina, che rafforza la sua volontà di studiare.

Se il rilascio dopaminico è collegato alla fase di svago, il cervello rafforzerà questo elemento e, prima o poi, egli perderà interesse nello studio, per concentrarsi nel premio.

Il modo in cui ti approcci, dunque, è fondamentale.

Va sempre ribadita l’importanza dello studio, ma non tanto per prendere un premio, quanto per abituarsi a fare delle cose, essere responsabili, ad essere produttivi e fedeli con sé stessi e affidabili per gli altri.

In fondo, avere un metodo di studio significa semplicemente prendersi la buona abitudine di sedersi per due, tre ore ogni giorno e poi raccogliere i frutti.

Frutti che arrivano in automatico, dato che si apprende così, per allenamento, per esperienza.

Rendi l’ambiente di studio coinvolgente

Generazioni di studenti hanno avuto a che fare con metodologie didattiche che oggi appaiono impensabili.

Il maestro alla cattedra o alla lavagna impartiva una lezione e provava sul malcapitato di turno l’esempio da mostrare all’intera classe.

Oggi studiare e apprendere è molto più divertente e proficuo.

Si fa un gran parlare delle nuove generazioni, che sanno meno delle vecchie, che sono ignoranti e non hanno cultura generale. Ma secondo me è una falsa accusa: i ragazzi di oggi sono più svegli e preparati dei loro coetanei di 25-30 anni fa (i loro genitori).

Cambiano solo le priorità nello studio e gli strumenti con i quali ci si approccia a una materia. E lo studente, ovviamente, si adatta ai suoi tempi, anzi… li vive da protagonista.

Per cui un sapere impostato, classico può essere meno rilevante oggi rispetto a 30 anni fa. La sua capacità di muoversi nelle fonti di apprendimento moderne è appannaggio di pochi adulti, ma magari non sa fare una ricerca in biblioteca.

È per questo un ignorante? Assolutamente no. Sa fare quello che gli serve adesso.

Per cui, tornando allo studio, cercare di renderlo divertente, stimolante è salutare.

Un altro punto importante è quello di farsi coinvolgere dall’attività di studio dei figli.

Se lo studio viene visto come un sistema impositivo, nel quale c’è anche la liturgia del chiudersi in stanza, senza disturbo, con telefonino spento e ogni distrazione preclusa, è ovvio che si crea un ambiente un po’ repressivo, tipico di un sistema punitivo.

Invece, intervenire durante lo studio (evitando domande generiche come “tutto bene?”, “a che punto sei?”, “quanto ti manca?”, “hai il telefono spento?”) può avere effetti positivi.

Il coinvolgimento dei genitori ha senso.

Ad esempio, il genitore si fa un’idea di ciò che sta studiando, perché questo lo aiuta a entrare in sintonia con il figlio o la figlia.

Può sostenerlo, condividerne lo sforzo, dargli una mano davvero efficace.

C’è molta differenza tra dire “vuoi provare con me qualche domanda?” e dire in tono di minaccia “guarda che ti interrogo quando hai finito!”, per verificare se ha davvero studiato.

Se si distrae sempre ed è incline a perdere tempo sullo smartphone, è chiaro che sta dando priorità alle distrazioni, sulle quali ha costruito delle brutte abitudini.

Tagliare il tempo di utilizzo di smartphone, tablet e console di videogiochi non dovrebbe dipendere dal tempo trascorso negli studi, ma da un giusto equilibrio tra le varie attività che può svolgere durante la giornata.

In conclusione, per invogliare tuo figlio a studiare devi agire nel processo motivazionale, creandolo in modo automatico, anziché sollecitarlo con delle leve che non portano alcun reale beneficio.

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