È meglio scrivere un romanzo in prima o terza persona?

Una delle decisioni più importanti riguarda l’adozione della “persona” con la quale si raccontano le vicende.

In genere, i romanzi sono scritti o in terza persona o in prima, variando il tempo verbale della narrazione, che spesso è un’alternanza tra presente e imperfetto e, in aggiunta, il passato remoto.

Vediamo ora quali sono i vantaggi e gli svantaggi di utilizzare la prima o la terza persona.

Il romanzo in prima persona

Molti scrittori esordienti scelgono la prima persona, è un dato di fatto.

Non è un fattore negativo, ma è indice di insicurezza e del fatto che – spesso – le opere prime sono molto influenzate dal vissuto interiore dell’autore, che tende a identificarsi nel suo protagonista.

Il romanzo di un esordiente vede spesso un alter ego camuffato, egli racconta in prima persona le vicende del romanzo: è l’io narrante.

Il protagonista spesso ha l’età dell’autore e si muove in un mondo a lui familiare.

Per questo motivo, scrivere in prima persona aiuta a superare molti scogli, primo fra tutti quello della trama e del punto di vista.

Il vantaggio della scrittura in prima persona è dato dall’immediatezza del racconto, dal fatto che l’intreccio è senza fronzoli, che il protagonista lo è in modo assoluto, con le sue azioni e la sua psiche che spadroneggiano lungo le pagine.

È ovvio che, in simili condizioni, il personaggio debba essere molto interessante e le sue azioni coinvolgenti.

Quando non ci sono questi fattori, il romanzo viene inevitabilmente respinto.

Nel racconto in prima persona tutto succede attraverso gli occhi e la mente del protagonista, che coincide con l’io narrante.

Il romanzo in terza persona

Scrivere in terza persona ha degli indubbi vantaggi, che appaiono meno visibili a un esordiente abituato a scrivere di getto, con entusiasmo.

Innanzitutto il narratore esterno può spaziare come un vero e proprio giocatore di scacchi, impostando le pedine al posto giusto e facendogli fare delle mosse appropriate.

In secondo luogo può far interagire i personaggi alternando i punti di vista.

Il punto di vista è il filtro attraverso il quale l’azione viene vissuta e raccontata. Azione qui corrisponde a narrazione, cioè alla successione di fatti e pensieri per come vengono presentati al lettore.

I meccanismi relativi al romanzo di genere, come la suspense, si possono applicare alla perfezione.

Queste possibilità richiedono ulteriori capacità che complicano e non poco la stesura.

L’intreccio dev’essere perfetto. I personaggi devono essere correttamente annunciati e presentati.

Le relazioni devono essere credibili. Ma esistono degli espedienti narrativi per ottenere questi risultati.

Il punto di vista nella narrazione

Il punto di vista è esattamente il perno attraverso il quale ruota l’azione descritta dal narratore, per questo motivo la scelta tra prima e terza persona è poco importante.

Il punto di vista non è lo scrittore. Ma il filtro attraverso il quale l’azione si muove usando un personaggio e il suo giudizio (che dipende da ciò che sa e da come si comporta o agisce di norma).

Immagina il punto di vista come un paio di occhiali magici. Se lo scrittore li indossa, vedrà il mondo con gli occhi e la mente del suo personaggio. Se li toglie, questa identificazione scompare.

Ad esempio: Marco vide un albero di mandorle fiorito, tipici di quella zona.

In questa frase non stiamo narrando, ma descrivendo. C’è il narratore che vede Marco che vede un albero fiorito simile ad altri della zona… che il narratore vede, non Marco. Manca quindi l’introspezione o l’identificazione con il punto di vista.

La frase avrebbe senso solo in un caso: Marco è un esperto di mandorli e vederli desta la sua attenzione. In ogni caso avremmo a che fare con un personaggio piatto, che si limita ad osservazioni molto banali.

Invece: Marco vide un albero di mandorle fiorito, e subito gli rivenne in mente di quando bambino amava staccare le mandorle ancora crude dai rami.

In questo caso stiamo narrando nel punto di vista di Marco. Lo scrittore scompare e la narrazione in terza persona assume il punto di vista del personaggio, e lo sappiamo dal fatto che quello specifico ricordo appartiene a lui e a nessun altro, nemmeno allo scrittore.

Il personaggio non è più banale. Con una semplice frase entriamo nel suo passato e possiamo supporre qualcosa del suo carattere, della sua personalità. E abbiamo ottenuto questo effetto facendo scomparire lo scrittore. O, nel nostro esempio, ricordandoci di inforcare gli occhiali magici prima di scrivere.

Così puoi avere: Marco vide un albero di mandorle fiorito, e subito gli rivenne in mente di quando bambino amava staccare le mandorle ancora crude dai rami. Aveva perso il conto delle persone che aveva ucciso, ma facendo mente locale poteva individuare in quel gesto l’inizio di tutto. Della violenza sfrenata, dell’odio che non riusciva a saziare.

La differenza può apparire sottile, ma è di fondamentale importanza perché circoscrive il campo della conoscenza, il raggio d’azione di ciascun personaggio. E chiaramente ci introduce al vero e proprio mondo narrativo.

Se il narratore è in terza persona esso non coincide con l’io narrante, ma l’autore può far ruotare la storia attraverso il punto di vista del personaggio, facendo in modo che entrino in scena i suoi pensieri, le sue azioni, i suoi interessi e i suoi comportamenti.

Le possibilità si ampliano: usando la terza persona l’autore può attribuire più punti di vista, riuscendo a cogliere delle sfumature che una narrazione in terza persona asettica e onnisciente, a volo d’uccello, non riuscirebbe mai a cogliere.

Quindi potrà avere più occhiali magici a disposizione, a seconda di quanti personaggi dotati di punto di vista (che dunque saranno rilevanti per la storia) ha deciso di inserire.

Mantenere la focalizzazione

Il punto di vista è dunque l’elemento portante della narrazione.

Tanti aspiranti scrittori sono influenzati da due stili narrativi, che finiscono per eliminare l’elemento di identificazione che il lettore può trovare nel personaggio:

  • il volo panoramico con una telecamera che spazia sulle teste dei personaggi, descrivendoli in azione, come se ci fosse un’entità superiore che sa tutto di tutto. Qui è inequivocabile l’influenza del cinema e del racconto seriale televisivo.
  • la vecchia narrativa classica che si poggiava su narratori onniscienti in terza persona, che entravano e uscivano dal punto di vista dei personaggi per emettere giudizi, anticipare pensieri e scopi (pensa al Manzoni o all’incipit magnifico de I Tre Moschettieri).

Ma il punto di vista non è una telecamera e la scrittura non è il racconto cinematografico, anche se ci sono evidenti punti in comune.

È un filtro.

Quindi non ci deve essere un narratore al di sopra che spiega o che racconta. E se non c’è un narratore sovrastante, non c’è nemmeno lo scrittore: la storia si dispiega da sé attraverso il filtro del personaggio.

Per cui non fa più molta differenza scrivere in terza o in prima persona.

Semmai, nel caso della prima persona, il punto di vista è come integrato al narratore che è anche il personaggio che vive le vicende. Con limiti e potenzialità proprie.

Ma anche con un rischio: non riuscire a far davvero sentire il personaggio, che acquista – senza volerlo – il carattere e la personalità dello scrittore che l’ha creato.

L’aspirante scrittore commette quasi sempre questo errore: immergendosi con facilità nell’io narrante in prima persona, dimentica il personaggio e lo sostituisce con sé stesso.

Ecco perché i romanzi degli esordienti spesso appaiono incerti, e presentano l’enorme difetto della mancanza di immersione nel personaggio.

La vita ordinaria dello scrittore tende a far sbiadire la storia straordinaria che vogliamo raccontare.

Egli dimentica di indossare gli occhialini magici. E finisce per scrivere una biografia camuffata. Ma noi, come persone ordinarie, viviamo vite poco interessanti.

La vera difficoltà sta nel mantenere integra la voce narrante. Non ci possono essere intermediazioni di sorta.

Se scrivi in terza persona devi rimanere all’interno del raggio d’azione del personaggio, con il vantaggio che, scrivendo in terza, puoi effettivamente mostrare altri punti di vista.

Raggio d’azione del personaggio significa anche in questo caso: pensare, muoversi e giudicare secondo il punto di vista di quel personaggio.

Cioè ciò che sa a livello sensoriale, fattuale, di esperienza e di memoria.

Pensa alla tua vita: fai cose e pensi cose in relazione al tuo raggio d’azione. A quello che la tua condizione o le tue relazioni ti consentono di fare.

Se il personaggio narrato in terza persona è un fabbro, potrebbe fare un’osservazione su una ringhiera arrugginita. Se invece fa il botanico, potrebbe passare oltre senza fare alcuna osservazione.

La plausibilità del personaggio sta nella plausibilità del punto di vista.

Quando scrivi in terza persona, i voli pindarici tra un punto di vista e l’altro devono essere evitati.

Ogni volta che cambi punto di vista, modifichi il raggio d’azione della narrazione che si adatta sempre al personaggio che ne è proprietario.

La narrazione dipende sempre dalle possibilità di un personaggio, e le possibilità sono date dalle sue capacità concrete.

Nell’esempio di sopra, basta aggiungere una semplice osservazione per uscire dal punto di vista del personaggio ed entrare in quello dello scrittore / narratore che in teoria dovrebbe sparire, a meno che non voglia dare giudizi morali, come si faceva nel tardo Ottocento:

…ma facendo mente locale poteva individuare in quel gesto INNOCENTE l’inizio di tutto.

Un’osservazione di questo tipo appartiene allo scrittore, non al personaggio che ora sappiamo essere un violento, probabilmente sadico. La sua mancanza di moralità preclude che sia lui a fare l’osservazione “moralistica” sul valore del gesto.

Questa puntualizzazione è un’osservazione da uomo della strada, che però coincide con il sentire di uno scrittore (narratore) che prende il sopravvento senza motivo. La narrativa è racconto.

Quindi, aggiungendo una semplice parola si esce dal punto di vista del personaggio, e la narrazione in terza persona diventa povera, scarsa, manieristica.

Il protagonista però potrebbe fare osservazioni morali, sociologiche, pensare in modo libero… prendi i romanzi di Michel Houellebecq, che consiglio di leggere.

I suoi personaggi fanno osservazioni antropologiche sulla società moderna, ma è tutto pertinente rispetto al punto di vista di chi vive le vicende (in prima persona o narrate in terza).

Un artista che ritrae personaggi famosi o fotografa mappe o utensili è chiaramente uno che conosce il mondo. Quindi può fare osservazioni di questo tipo. Anzi, la qualità delle sue osservazioni, il tono, il sarcasmo che ci mette servono allo scrittore per immedesimare al massimo il lettore.

La plausibilità del modo di pensare di un personaggio va resa in maniera realistica. Dostoevsky è stato un maestro in questo campo. Ma non voglio portarti troppo indietro nel tempo.

In American Psycho di Bret Easton Ellis, un classico moderno, le digressioni del protagonista sullo stile musicale di Huey Lewis and the News (una band in voga negli anni 80 del ‘900) sono credibili, perché è un fanatico della band.

Ma lo è nel modo colto del mondo raffinato che frequenta.

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Se Superman dice “ora sollevo un aereo con una mano” la sua affermazione è plausibile; se ad affermarlo è un impacciato giornalista la frase non ha molto senso. Ma non impedisce di scriverci una storia credibile, se il giornalista è un alieno dotato di superpoteri, in incognito.

L’applicazione del filtro impedisce a un personaggio di agire esattamente come un altro, con le sue motivazioni e la sua voce. Lo scrittore capace non dimentica la focalizzazione su di esso e non rende tutti i personaggi simili, cioè sbiadite copie di sé stesso.

È importante quindi capire come usare la persona con cui narri la storia e verificare se il racconto ha più potenzialità con la prima o con la terza persona.

Ora vediamo qualche ulteriore esempio in concreto.

Romanzi scritti in prima persona

Esistono tantissimi romanzi di successo scritti in prima persona, come Il Giovane Holden oppure The Martian o ancora Gone Girl – L’Amore Bugiardo, per non dire del ciclo narrativo di Elena Ferrante (L’Amica Geniale) o La Ladra di Libri… ma in tutti questi è evidente l’immersione nel personaggio, che non perde mai tono, pur evolvendosi nel tempo.

Ma nei romanzi scritti in terza persona questo effetto di immersione e identificazione nel punto di vista di un personaggio, nonostante non sia il solo sulla scena, in certi capolavori è reso in modo incredibile.

Pensa a un classico del ‘900 come “1984” di George Orwell: le vicende di Winston Smith sono narrate in terza persona, ma fin dal momento in cui egli si nasconde dalle telecamere del Grande Fratello, per scrivere sul suo diario segreto, noi siamo con lui, perché sappiamo quanto stia rischiando.

Per cui scegli la persona con la quale ti trovi più a tuo agio, mantenendo un estremo rigore sul punto di vista. Ed entra ogni volta nel personaggio, dandogli una voce propria. Non dimenticarlo mai quando stai scrivendo.

In questo caso occorre fare due cose:

  1. Scrivere di ogni personaggio una scheda biografica e un identikit caratteriale con le sue motivazioni.
  2. Preparare le scene prima di procedere nella stesura vera e propria, attribuendo a ciascuna il punto di vista ideale.

Se hai difficoltà nel creare un personaggio di fantasia, con i suoi pregi e i suoi difetti, fai ricorso alla realtà. Pensa alle persone che conosci o a personaggi storici.

Gli sceneggiatori e gli scrittori capaci attuano delle regole di “caratterizzazione” del personaggio. Tieni conto che caratterizzare, in inglese, significa dare forma al punto di vista, al modo di agire e di pensare di un personaggio.

A volte bastano pochi tocchi (una frase, un modo di camminare, di vestire), altre volte – quando si vuole andare davvero in profondità – il personaggio ha una totale coerenza di pensiero, per cui ti aspetti che agisca proprio così e ti compiaci del fatto che lo faccia, qualche pagina dopo.

È il segno tangibile che lo scrittore non ha prevaricato il personaggio, lasciando che la storia si narri attraverso le sue peculiarità.

Una volta che hai chiare queste direttive, le implicazioni sono più semplici: una storia intrecciata con azioni e reazioni tra vari personaggi potrebbe richiedere la terza persona. Così puoi mettere in scena più punti di vista contrapposti.

Il segreto di Game Of Thrones – Il trono di Spade (tratto da Le cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin) nella versione televisiva, sta proprio lì: spostare il punto di vista da un personaggio all’altro.

La serie ha più successo all’inizio, nelle prime stagioni, quando il punto di vista dominante è quello di personaggi estremamente ambigui, ma che catturano la fantasia del lettore / telespettatore.

Un racconto di un’amicizia, di una vita, di un personaggio molto immerso nei suoi pensieri forse renderebbe meglio con la prima persona.

Come detto sopra, non ci sono reali vantaggi e svantaggi nella scelta della prima o della terza persona, quando capisci l’importanza di mantenere la coerenza del punto di vista.

Se sei agli inizi ti verrà più semplice adottare la prima persona e immedesimarti nel personaggio, ma il rischio è quasi sempre l’opposto, cioè che il personaggio si immedesimi in te e appaia lo scrittore anziché il personaggio.

Con la terza persona il rischio è di non riuscire a usare davvero il filtro del personaggio, rimanendo in qualche modo estraneo all’azione, così da proporre un narratore onnisciente o cinematografico, che allontana dalle emozioni e dalle motivazioni del protagonista, perdendo di vista l’identificazione tra lettore e lo stesso.

Come si scrive in terza persona

Per scrivere in terza persona non servono molti artifici. La regola principale è quella espressa sopra del rispetto del punto di vista.

Lo scrittore moderno non deve applicare le regole narrative di uno scrittore ottocentesco.

Si può entrare e uscire da un personaggio usando la terza persona, che consente dunque di avere più personaggi che interagiscono tra di loro. E di loro vengono esplicitate le motivazioni che li spingono ad agire in un certo modo.

Nella narrazione in terza persona:

  1. Il narratore adotta il punto di vista del personaggio protagonista della scena. Le sue osservazioni oggettive non hanno senso in un romanzo moderno, ma erano presenti nei romanzi dell’ottocento.
  2. Con la terza persona si possono adottare punti di vista multipli, offrendo una prospettiva completa sulla trama. Basta alternare i punti di vista per creare trame molto avvincenti.
  3. Come detto sopra, il punto di vista è limitato al raggio d’azione del personaggio, ma l’uso della terza persona può esaltare il contrasto tra i vari punti di vista, generando suspense e drammaticità.
  4. La narrazione è molto fluida. L’autore non è costretto a rappresentare un solo punto di vista, ma può divertirsi a mettere in scena personaggi vivi, che agiscono secondo il loro punto di vista. Il bravo scrittore in terza persona sa usare questi meccanismi per scrivere storie potenti, che catturano l’immaginazione.
  5. La caratterizzazione del personaggio avviene secondo i comportamenti, le azioni, i pensieri. Lo scrittore mantiene la coerenza nella narrazione, facendo agire i personaggi secondo il loro raggio d’azione.
  6. La terza persona crea un senso di distanza emotiva tra l’autore e i personaggi. Lo scrittore svanisce. La storia procede secondo il raggio d’azione dei vari personaggi.

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18 commenti su “È meglio scrivere un romanzo in prima o terza persona?”

    • In teoria sì, ma il punto è capire che l’uso della persona è solo un mezzo.

      Se ci sono due personaggi che, per ragioni di trama, agiscono l’uno in contrapposizione all’altro, rivelando intenti molto diversi, non è obbligatorio usare la prima persona per mostrare questi propositi. Per entrare nel personaggio non è obbligatoria la prima persona..

      Il personaggio narrato in terza persona, semplicemente agisce, pensa e giudica secondo il proprio filtro. Per cui ciò che il lettore legge è la realtà secondo il punto di osservazione di quel personaggio. Questo è anche un caposaldo della realtà fenomenologica che vediamo ogni giorno, e vale anche nella narrativa, nel cinema. A meno di non avere personaggi onniscienti o dotati di poteri straordinari (esempio: leggere nel pensiero, viaggiare nel tempo) che spezzano questo principio della realtà.

      Rispondi
  1. Salve! Sto pensando di scrivere un romanzo d’amore insieme all’ horror, però non so in che persona scriverlo, se in prima o in terza persona.
    Come faccio?

    Rispondi
    • Buongiorno Greta.

      Allora, prima di tutto decidi meglio il genere, perché ogni genere ha le sue caratteristiche. Se è un romance, il lettore – perlopiù di genere femminile – si attende che la storia vada a lieto fine, dopo gli ostacoli.
      Tutto dipende dal punto di vista.
      Se la storia può essere narrata solo da un pdv, quello del/della protagonista, allora va bene la prima persona. Ma, ad esempio, un grande scrittore contemporaneo di romance, Nicholas Sparks, usa quasi sempre la terza, perché mette insieme i due punti di vista degli innamorati destinati a incontrarsi.

      Tra prima e terza non c’è molta differenza. Con la prima devi mantenere fissa la focalizzazione sul personaggio. Se però per la storia – per come hai ideato e organizzato le scene – pensi sia importante un altro punto di vista allora meglio usare la terza.
      Con l’avviso che anche con la terza ci vuole costanza nel rimanere all’interno del pdv del personaggio e non uscirne e raccontare cose che potrebbe sapere solo un narratore esterno, che è una soluzione narrativa vecchia, che non piace più.

      Rispondi
  2. Ciao Pietro, ho letto tutti i tuoi commenti sono tutti molto interessanti e di aiuto.
    Sto per cominciare a scrivere il mio terzo libro, i primi due li ho scritti in terza persona, al terzo volevo dare una sferzata di cambiamento e preferirei scriverlo in prima persona ritornando indietro nel tempo di una ventina d’anni. In prima persona parlerei come una voce narrante, non sarebbe una storia del passato, ma una storia che si svolge nel 2000. Quindi posso renderlo attuale raccontandola anche se svolto 20 anni fa?

    Rispondi
    • Ciao Serena,

      dipende da come affronti la storia.

      Se la/il protagonista parla in prima persona al passato remoto sta ovviamente raccontando e si sta rivolgendo al lettore, ora e adesso, cioè nel 2021 parla di 20 anni fa. Questo spezza un po’ la tensione drammatica e il personaggio deve essere vivido e forte, perché il tuo lettore non abbia la sensazione che sia TU scrittrice a parlare.

      È un lungo flashback quindi, come una sorta di diario. Una forma quindi non proprio letteraria. Ha i suoi estimatori, ma devi lavorare molto con l’intreccio.

      Nulla impedisce di usare il presente ambientandolo nel 2000 e vivendolo nel momento.

      Per far capire che sei nel 2000 impiega in sottofondo nel racconto dei dettagli che lo facciano capire. Soprattutto se la storia è ambientata in quegli anni e basta, cioè NON arriva al 2020.

      Alla fine non c’è molta differenza con la terza, l’unica è il livello di immersione che conferisce la prima. Il personaggio dunque deve coinvolgere per generare il massimo dell’immedesimazione che dà questa forma. Il tempo che usi serve solo a scegliere il ritmo:

      – passato remoto: sta raccontando cose già successe, ma a chi? Non al lettore, visto che si tratta di un romanzo, di fiction. In “Va dove ti porta il cuore” era una lettera, nei romanzi di Elena Ferrante è una rievocazione interiore di una lunga amicizia. Potrebbe esserti utile questo modello?
      – al presente ambientato nei 2000: è la protagonista che vive le vicende, tutto passa attraverso il suo punto di vista. Non sta raccontando, sta vivendo delle scene.

      Spero di aver capito bene!

      Rispondi
  3. Salve! Sto scrivendo un romanzo in prima persona al passato. Ci sarebbero però dei capitoli dove devo raccontare degli eventi che riguardano altri personaggi. Quindi, essendo il narratore, la protagonista della storia, come posso districarmi in questi capitoli, visto che è lei che racconta delle cose di cui nel presente non conosceva, ma ha scoperto in seguito?
    Vorrei sapere se c’è uno stratagemma per ovviare al problema della prima persona limitata, perché comunque non ho intenzione di cambiare tutto in terza persona… adoro scrivere in questo modo!
    La ringrazio per l’attenzione!!!

    Rispondi
    • Ciao Ilaria, in genere se si usa la prima persona lo si fa perché tutta l’azione viene vissuta per il tramite del punto di vista del protagonista.

      Se è al passato sta in qualche modo ricordando, quindi dal suo punto di vista sa già cosa è accaduto e quindi può essere a conoscenza di vite di altri, di loro fatti.

      Tieni conto di questo elemento della temporalità: se racconta al passato, sta vivendo un presente e quindi sa già tutto e ce lo sta raccontando.

      Può venire a conoscenza di altre persone perché viene a saperlo o perché lo scopre quando ha a che fare con loro.

      Una soluzione può essere che viene a conoscenza di altri, incontrando persone, trovando documenti, come foto, lettere, et cet o nel mondo attuale i post sui social.

      Rischi di uscire dal suo punto di vista usando un narratore esterno che racconta in prima persona come se sapesse già tutto.

      Architetta delle scene nelle quali prima introduci quello che sa sugli altri, usando quei mezzi di sopra, e poi falle scoprire le novità più tardi interagendo con la protagonista (molto meglio). Non è facile, ricordati una regola basilare: se ti piace la prima persona, puoi anche usare il presente per assicurarti la contemporaneità, non è necessaria la terza persona.

      Rispondi
  4. Ciao io sto scrivendo il mio primo romanzo e vorrei un consiglio. Lo sto scrivendo in terza persona però una volta parlo di ciò che prova o sta facendo lei, poi passa a ciò che prova lui. Quando sono insieme invece li unisco. Insomma divido la narrazione in due. Punto di vista di lei e punto di vista di lui, sempre in terza persona. Secondo te sto facendo bene? O devo cambiare impostazione?

    Rispondi
    • Se il romanzo manda avanti due storie parallele, devi sempre tenere separati i punti di vista, alternandoli.

      Le scene possono prevedere entrambi, ma in ciascuna di esse ci deve essere solo un punto di vista e deve essere chiaro.

      Immagina il punto di vista come gli occhi e la mente del protagonista della scena, ciò che vede e sente.

      Nel tuo caso puoi tenere due punti di vista separati, se i protagonisti sono effettivamente due ed è importante per la storia, ma assegnagli semplicemente un capitolo o un paragrafo lungo per parte.

      Un buon consiglio è dare un breve capitolo a uno e poi all’altro, in modo da abituare il lettore all’alternanza così da capire con chi si muove l’azione.

      Rispondi
      • Più che essere due storie parallele diciamo che si fondono. Cioè lei non avanza nella storia e nel suo percorso senza lui e viceversa. Però comunque durante la bozza che sto scrivendo a mano lascio uno spazio per far capire che si sta cambiando personaggio. Se invece, all’inizio di ogni capitolo mettessi le scritte Lei o Lui secondo te aiuterebbe il lettore a capire di chi si sta parlando in quel capitolo o lo confonderebbe? Scusa se ti riempio di domande ma si tratta di un romanzo a cui tengo molto e che è stato abbandonato per un po’ di anni

        Rispondi
        • Puoi anche farlo, ma è una eccezione (lo fa Martin nei romanzi Cronache del ghiaccio e del fuoco, dove indica proprio il pdv esplicito). Il punto di vista devi farlo desumere subito, se scrivi bene le scene e lo tieni distinto (il piccolo spazio di separazione va bene, di fatto è un paragrafo) il lettore riconoscerà chi sta parlando, perché i pensieri di uno o l’altra sono diversi no? Per cui non preoccuparti di questo. Basta che i due siano distinguibili.

          Il trucco, come detto, è alternarli come mi pare tu stia già facendo. Ma se all’interno di un capitolo varia troppe volte rischi di confondere il lettore.

          Attieniti alle regole, soprattutto se non sei molto esperta:

          1 separa i punti di vista
          2 alternali e dai un ritmo alla narrazione
          3 differenziali come modalità espressiva, caratterizzando fin da subito il personaggio con osservazioni sensoriali attinenti all’ambiente dove agisce – in questo modo il lettore riconoscerà “la voce” senza bisogno che tu glielo dica
          4 prepara – soprattutto – ogni scena prima di scrivere, indicando a chi appartiene il pdv e cosa fanno i personaggi

          Per gestire meglio queste cose, vedi i libri consigliati qui
          https://www.abbracciamolacultura.it/libri-da-leggere-per-diventare-scrittore-o-scrittrice/

          Rispondi
  5. Mi hai illuminato. Son finalmente riuscita a capire perchè non riesco a sbloccare la mia storia pur avendola chiara in testa. Le pagine che ho scritto sino ad ora sono alcune in prima persona ed altre in terza con preponderanza della prima. Mi sono resa conto che se io mettessi tutto in terza persona il risultato sarebbe migliore, oltre ad essere più interessante. Inoltre, come dici tu, la terza persona mi permette di entrare in descrizioni e dettagli che in prima persona son difficili da riportare. Non riuscivo a scostarmi dalla mia idea iniziale, ma ora credo di avere le idee chiare. Grazie.

    Rispondi
  6. È possibile in un romanzo scrivere prettamente in prima persona e poi in alcuni capitoli scrivere in terza persona per raccontare fatti esterni al protagonista?

    Rispondi
    • Possibile, ma non consigliato. Quando ci sono più scene con più attori in atto, è meglio scrivere in terza persona, ma modificando il punto di vista. Nel caso del protagonista il punto di vista sarà sempre il suo, quando metti in scena altri fatti esterni, il punto di vista si sposta sul protagonista di quella scena. Questa tecnica è la più usata in narrativa, pensa ai thriller, che si aprono con un omicidio magari e il punto di vista è quello della vittima o dell’assassino. Poi subentra il detective di turno, con il suo punto di vista, che è preponderante. Di tanto in tanto torna in scena l’assassino, o una delle sue vittime, e nuovamente il pdv si sposta.

      Puoi usare dei pdv enunciati, come fa GRR Martin, usando sempre la prima persona. Ma bisogna essere bravi a far sentire la differenza tra un personaggio e l’altro.

      Rispondi
  7. Salve, quindi lei suggerisce ad un neofito che vuole scrivere racconti gialli di impostarli in terza persona?
    Esistono gialli scritti in prima persona?

    Rispondi
    • Il caso più famoso è L’Assassinio di Roger Akroyd di Agatha Christie. Detto ciò si tratta di un’eccezione che ha dei validi presupposti.

      La prima persona può andare bene, ma riduce molto il campo visivo del narratore. Chi scrive in prima persona di un omicidio, per farle capire, può essere solo un testimone, la vittima, o l’assassino. Questo implica difficoltà di ogni tipo e il facile ricorso a mezzi letterari che il lettore potrebbe non approvare. D’altronde l’investigazione deve poter premiare chi la fa.

      I thriller moderni, esempio quelli di Nesbo, sono in terza persona e non impediscono allo scrittore di entrare nella psiche dei personaggi. Stephen King è in grado di creare empatia per un personaggio, anche se questo sparisce dopo 2 pagine, dipende dalle pennellate date per caratterizzarlo.

      Rispondi

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